Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Alfonso Antonini [1584 - 1657]

Da “Rime” [1615]
XCVI
In morte de la signora contessa Lucietta de la Torre.

   Ove d’onor, più che d’umor, si vanta
del famoso Timavo il vecchio nume,
de le cui sette bocche il nobil fiume
fama immortal con cento bocche canta,
   ne le caverne gelide e muscose,
e tra i colmi d’umor tuffi stillanti,
sciolti le ninfe i lor begli occhi in pianti,
accrescean l’onde a le spelonche ondose.
   Quando distinse i dolorosi accenti
la più vaga di lor, la più canora,
a la cui voce flebile e sonora
facean roco tenor l’onde cadenti.
   — Lingua muta (dicea), ché non celèbri
con gli occhi a paro i tuoi dolenti uffici?
Sgorga ancor tu dagli organi infelici
le tue canore lagrime funèbri.
   La peregrina de l’eterea mole,
donna di queste piagge amene e belle,
per aprir l’alma a rigoder le stelle
chiuse de’ suoi begli occhi il vivo sole.
   Ma chi la spinse, e chi dal nobil velo
rapì l’anima bella e lusingata?
Tu de l’opra ti vanti, e tu spogliata
hai con un furto sol la terra, o cielo.
   Ecco che ’l nostro fiume il margo rompe,
e l’onde incontro te sdegnoso aduna;
e, quasi alzato ad inondar la luna,
turbolento e sonoro in mar prorompe.
   Svelga le conche preziose e fine,
spezzi i coralli porporini e ricchi,
e dagli antri ogni ninfa intorno spicchi
queste gemme pompose e peregrine.
   In sì dogliosa, in sì lugùbre sorte,
in questa d’ogni ben perdita eterna
non de’ la nostra vedova caverna
altra pompa vestir fuor che di morte.
   Scuoti dal lembo i fior, povero monte,
e rimangano nudi i tuoi dirupi.
Mostrin le secche falde e l’arse rupi
che sei tomba del sol, ch’eri orizonte. —
   Così dicea la bella ninfa. Intanto
stillava il sasso e mormorava l’Eco;
e con gara cortese entro lo speco
quell’aiutava il pianto e questa il canto.




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