Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Alfonso Antonini [1584 - 1657]

Da “Rime” [1615]
III
De l’amore ne le cose inanimate.

   Poi che i globi stellati e l’aria e ’l foco
e la terra feconda e ’l mar dispose,
e ’l confuso volume, il misto informe
ordinato distinse in nobil forma
il celeste Architetto, il sacro Fabro,
restâro ancora a le distinte cose
del primo amor, de l’union vetusta
i semi al cor profondamente fissi.
Serban la terra inamorata e ’l cielo
nel divorzio fatale
de l’antica amistà vivo desio,
mutuo voler di riunirsi amando.
Quindi la terra amante
tenta l’antica sede
con l’altissime rupi;
e nei superbi ambiziosi monti
erge sé stessa ad abbracciar le stelle.
I rochi fonti, i tortuosi fiumi,
i rivi mormoranti
son le lagrime sue, sono i suoi pianti;
e son lampi e faville
di traboccante ardore Etna e Vesevo.
Taccian gli antichi i favolosi sdegni
dei fulminati lor fieri giganti;
ché son fochi e sospiri
de l’amorosa terra
quelli che i monti del trinacrio regno
spiran dal seno ardente,
e son fiamme d’amore, e non di sdegno.
I moti de la terra,
primo terror dei miseri mortali,
son violenze e scosse
d’impaziente affetto;
onde, inquieta et agitata amante,
freme, trema e si scuote,
quasi fuggir bramante
da la dura prigion del basso centro.
Or qual è maraviglia
ch’al duro giogo del tiranno ignudo
gema e vacilli un core,
se la terrestre mole,
che sosten tutto, non sostiene Amore?
Ma chi non crede a pieno
l’amor de l’alma terra,
del suo florido seno
ferisca le fredd’ossa,
e vedrà vibrar fuori
gli occulti sì, ma non estinti ardori.
Ma ’l riamante cielo
non men arde, non meno
gli stimoli d’amor sente nel seno.
Eccol ne’ suoi gran campi
imitator de la sua cara amata.
Vedi la Capra e ’l Toro
in ruminando i lucidi sereni.
Vedivi errar per le campagne azurre
Orsi, Lupi e Leoni,
e strisciar Draghi e Serpi,
e ’l bifolco Boote
guidar con timon d’oro aurate rote,
così, quasi per vezzo,
e per piacer a lei, ch’è la sua vita,
la verde terra imìta.
E se piange e si strugge
avida e desiosa ella per lui,
avido e desioso egli per lei
lagrima e si distrugge.
Quelle che nei notturni
e limpidi sereni
fregiano l’aria con aurate striscie,
vaghe fiamme cadenti,
precipitose e lucide faville,
non son stelle, ma stille
di quei lumi piangenti,
e d’ardente amator lagrime ardenti.
Mira, ne la stagion cara agli amanti,
quand’Espero amorosa
agli amorosi furti,
che son suoi doni, scintillando invita,
come ne l’altrui sonno il ciel si desta
et apre mille luci,
notturno amante a rimirar l’amata;
quel suo con tante pompe e con tant’oro
vaghissimo sembiante,
vagheggiato dal mondo,
vago divien di vagheggiar la terra.
E nei silenzii taciturni e bruni,
perch’ei solo ragioni
con mute voci, e dica:
— O mia vezzosa amica,
mira come per te fiammeggio et ardo;
e se nel gran divieto
di vivi amplessi e di più vivi baci
ne toglie la lontananza antico ardire,
non scema lontananza antico ardore.
E poich’altro non lice,
intorno a te mi giro,
e ti miro e rimiro.
Quell’alma ond’io volubilmente roto,
quell’alma in van contesa
nei ciechi sensi del mortale errore,
altro non è ch’Amore. —
Così ragiona il cielo.
Ed ecco l’alba dal vermiglio albergo
sorge a turbarlo intanto;
ond’ei chiude i begli occhi,
e ne distilla un rugiadoso pianto.
Amano il cielo ancor l’aria e la fiamma.
Questa, lieve e spedita,
per riunirsi a l’amator s’inalza,
e precursori invia
i suoi fumanti e torbidi sospiri;
quella de’ suoi martìri
or turbata si lagna,
or lieta ride, e lieta
rasserena il bel volto.
Talor nel velo nubiloso e folto
piange dolente i mal graditi amori;
e quando il cielo a l’odorata terra
ne la bella stagione il seno infiora,
alor l’aria sdegnosa
e gelosa s’adira,
e con orrendo orgoglio
e con superbo sdegno
arde nei lampi e mormora nei tuoni.
Indi dal cieco e procelloso seno
(tanto in cor feminil può gelosia)
contra l’emula aventa
fólgori, fiamme, grandini e procelle;
così snuda le piagge
de le floride pompe,
miete i fior, sfiora i prati e fere i monti.
Ma più di tutti fortunato e lieto
fu l’amoroso affetto
de la terra e del mare,
che con felice patto
ne la disunion restâro uniti.
Odi tu quei muggiti?
Son de l’onde sonanti,
anzi de l’onde amanti,
amorosi sospiri.
Così tra tanto sdegno
ha pur sue forze Amore,
e tra l’umide vene
si nutre d’acqua l’amoroso foco;
e così gusta le dolcezze anch’egli
soavissime e care
d’amar l’amaro mare.
E ben si miran nei lor moti alterni
correr di tempo in tempo
l’acque de l’Oriente
a ribaciar l’occidentali spiagge,
e queste d’Occidente
irsene a vagheggiar gl’indìci lidi.
E nei recessi imperturbati e fidi
l’amenissima terra
sporgendo fuor le inamorate braccia,
che noi porti chiamiam, l’accoglie in seno.
Alor, benché turbato, il mar si placa,
placido in vista e mansueto amante,
e de l’amato lido
fa specchio al bel sembiante,
tra cui giacendo immoto,
e deposto ogni orgoglio,
mostra, altrove sonante e tempestoso,
che in quel bramato sen solo ha riposo.
Taccio il mutuo desio,
il rispondente affetto
e del cielo e de l’onda,
e di questi e di quelli
infiniti argomenti, onde si scorga,
e tante mute voci,
che con tacito suon parlan tra loro.
Né però taccio i vivi
di questi vasti corpi e vasti amori
non degeneri germi.
Chi mira e non stupisce
del mirabile amore
onde l’indico sasso arde per l’Orsa?
Come ritiene e serba
nei volubili giri
indefessa costanza,
onde perpetuamente in lei si fisa?
Chi scorge e non ammira
de la misera Clizia il caldo affetto,
e come eternamente il sol vagheggia,
né dal celeste oggetto
il bel volto mai torce,
sì ch’a lui non si volga e non si giri,
da che fanciullo in Oriente nasce,
fin che canuto in Occidente more?
Il sole, occhio del ciel, lampa del mondo,
tesorier de la luce,
destra de la Natura,
e la notturna luce,
de le stelle e d’Amor duce furtiva,
amano anch’essi; e, del terrestre amore
emuli, l’un de l’altro arde e fiammeggia.
Fervido il chiaro sol gela e biancheggia
di geloso pallor l’invida luna;
e talor per dispetto
tra ’l suo rivale e la terrena mole
frappon de l’orbe suo l’umido argento,
e de l’opaca amata
l’aspetto invola a l’amator lucente.
Così s’aman le cose: e così viva
del primiero consorzio
serbasi ancor l’invariabil brama.
Ma de l’amor del cielo
non ebbe mai la terra
pegno più prezioso, arra più certa,
che la beltà che in te ripose il cielo,
per far ricca la terra;
o de l’anima mia cielo amoroso,
bellissima mia dea,
che de l’eterne rote, onde scendesti,
il GIRO hai nel bel nome,
i numi hai nel bel volto,
ove risiede imperioso Amore;
che ne le guancie in un confusi e misti
hai de l’Aurora i candidi colori,
hai de l’Aurora i porporini ardori,
e del sol luminoso
bipartita la luce entro ai begli occhi.
Tante bellezze e tante in te raccolse,
e de’ suoi propri fregi
prodigamente volse
ornarti l’alma e colorirti il volto,
per farti di se stesso
animato ritratto,
compendiosa imagine spirante,
e farne un ricco dono
a l’amorosa terra, il cielo amante.




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