Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Piergirolamo Gentile Riccio [1563 - 1640]

Giglifranco dolente [1613]
I
Giglifranco dolente.

   Là dove d’Apennin l’altera fronte
comincia ad innalzarsi,
per maggiormente vagheggiar le stelle,
nei tempi andati, sulla prima etate,
spiegò Sabazia le sue pompe illustri;
Sabazia, ch’emulando
sua nobiltà, sua bella gloria al mondo,
ebbe il natal via più di Roma antico.
Or, in sua vece, dove
con alto fasto torreggiò cittate,
non già diserte arene,
non scogli alpestri o fortunosi lidi
scuopre ’l nocchier che per quei mari affida
la vita e ’l legno alle volubil onde,
ma naturale un seno
che in forma d’arco, quasi aurato strale,
chiude nel mezo la gentil Savona,
per saettar di meraviglia il cielo.
Questi non d’alga infruttuosa ha piena
la bella spiaggia, ma vicino al flutto,
che mai provò né il corseggiar dei venti,
né di Netunno imperversato l’ire,
tien di smeraldo miniato il suolo,
e al suo vicino l’onda
sembra zaffir che ’l bel smeraldo baci.
Quivi o sciolga dal lido
il navigante accorto,
donando all’aure, le velose antenne,
o rieda ad aprodarvi il curvo abete,
sempre ha tranquillo il mare,
sempre ha sicuro il porto.
Quivi scherzando han sue dimore dolci
e Alcinta e Dori, e Ligurtea e Gelope,
mentre che ai muti nuotator dell’acque
tendono insidie or con le reti in giro,
or con le canne et or con gli ami a prova.
Quivi sovente Amore,
lo stral sprezzato, la faretra e l’arco,
sopra il dorso de’ mari
spiega i bei voli dell’aurate piume,
e col tridente e con le nasse attende
or a ferire il buon dentale in caccia,
or prigioniere ad ingannar le triglie.
Ma non lontan da quel bel seno s’alza,
gemma del mar, fuori dell’onda un scoglio,
quasi isoletta o solitario nido,
dove Proteo col numeroso gregge
fugge talor dalle crudel tempeste,
e vi si adusa a soggiornar sicuro.
Scoglio più caro ai piscator, che i lidi
non fûr di Creta alla rapita Europa;
però che vi ha onde colmar le reti,
onde donar, onde predar al mare
e pesce et ésca et ami,
perché peschiera e non più scoglio il chiami.
Ma qual disio mi tira
a dimorar col piscator sui scogli,
se nel vicin contorno
or mi richiama ad ammirarlo un antro,
che, aprendo il fianco all’Apennin, si mostra
quasi alta reggia che Netunno alberghi?
Gran vòlto od arco a meraviglia è vago
sopra la soglia dell’ombroso speco,
ove architetta la Natura innalza
con ordine indistinto
e di berilli e di conchiglie adorne
due gran colonne, a cui serpendo intorno
van di edere tenaci intorti rami.
Son di duro macigno
lor ferme basi, e di macigno ancora
i capitelli, che con forza altiera
sembrano nati a sostener quel monte
che gli fa tetto et architrave immensa.
D’entro al gran sen di questa grotta alpina
mille colossi d’imperfetta forma
porgon diletto a rimirarli, dove
nasce bel fonte, che, scorrendo al lido,
di puro argento è tributario al mare.
Di assomigliarsi una sol stanza degna
a reggia sala, il cavo speco abbraccia,
nel cui superbo pavimento, scolti
dallo scalpello del vorace Tempo,
tra miniate selci
posson mirarsi ancora
di Zeffiro gli amori,
di Galatea gli ardori,
di Aci la morte e del Ciclope i vanti.
Ma nelle mura intorno,
se mura si puon dir l’alpine sponde,
pur d’alme pietre e colorite e adorne,
con l’invisibil mano
l’alma Natura vi dipinse i casi
dell’incauto Narciso,
di Salmace invaghita,
di Arianna rapita,
e di Proteo le variabil forme.
E con dedalea cura
del curvo tetto compartì i colori,
i lumi e l’ombre, effigiando al vivo
gli errori di Fetonte,
di Prometeo l’ardire,
d’Icaro i voli, i precipizii e i mari,
e di Giunone ingelosita i sdegni.
Cotal si mostra in bella foggia l’antro
a chi d’entrarvi alma vaghezza prende;
cotal s’interna d’Apennin nel fianco,
onde, allettando con sue pompe il mondo,
trae da la spiaggia e dal vicino scoglio
il navigante e ’l piscator a gara,
a vagheggiar come scultore il Tempo,
come pittrice la Natura insieme,
e gli scalpelli et i pennelli industri
vi abbian trattato con sublime stile.
Nella stagion che carreggiando il sole
per lunga via tra’ bei celesti giri
vibra dal volto ardente
sopra la terra gl’infocati raggi,
in questo speco, per fuggir il vampo
che addugge l’erbe e inlanguidisce i fiori,
soglion trovarsi al rezo
di un zeffiretto dolce,
ch’entro a soavi spiri
tutto il ricerca intorno,
gli abitator delle vicine arene.
Tra questi ancora Giglifranco un giorno,
giorno per bel seren tranquillo e chiaro,
a lagrimar vi corse,
a sospirar vi prese,
tutto romito e solo,
l’acerbità delle sue pene atroci.
Ma mentre egli accordava
al sussurar dell’aure,
al mormorio dell’onde
suoi cocenti sospiri,
et invitava a lagrimar i sassi,
gli si fe’ incontro Antriso;
il saggio Antriso, quegli
a cui son note le cagioni occulte
onde si muove, onde si gira il cielo,
e sopra noi gli alti suoi influssi piove.
Questi al dolente Giglifranco allora,
coi più pregiati e cari
d’alta eloquenza affettuosi accenti,
prese a parlar in nobil forma, e disse:
— Qual nembo di martìr fa che tu sgorghi
dalle conche degli occhi
la bella pioggia degli amari pianti,
che ad irrigarti il seno
precipitosa scende
giù per l’amabil volto?
Qual vuol cagion che nel tuo petto regni
tanto dolor, come dimostri in vista,
e che sull’ali dei sospir tu mandi
ai fiammanti rubin delle tue labbra,
fidi nonzii del cor, cotanti lai?
Cessa, deh cessa, o Giglifranco caro,
o Giglifranco, almo splendor del mondo
e onore della patria onde tu vivi,
di darti in preda al pianto,
di sospirar, di querelarti omai.
E se cessar non puoi
da questi effetti di passione estrema,
almen tu mi racconta;
chi a sospirar, chi a lagrimar t’induce?
Vuole ragion, di buon discorso amica,
che a menomar l’amaro
di quel dolor che ci trafigge l’alma,
abbia onde trar sua medicina il core;
e questo avvien quando un fedele all’altro
prende a narrar gli affanni,
che son talor potenti
di farci odiar la vita e amar la morte.
Né tu sprezzar, entro al dolor sepolto,
devi il rimedio che ti dona il cielo,
per involarti alle noiose cure
che ti son tomba ancor, mentre tu vivi. —
Più dir volea Antriso,
che ben più dir potea,
mercé del mèl che nella lingua avea,
ma Giglifranco lo ’nterruppe e disse:
— Sì cupa è la ferita
che non nel sen, ma ben nell’alma io porto,
sì amaro è ’l duol ch’entro a me stesso io sento,
che stimo non potersi
né l’una risanarsi,
né l’altro mai scacciarsi
con medicine umane
da questo petto fuore.
Lo stral che mi traffisse
non è come tu credi
da mortal man venuto,
né fu l’arcier mortale
che lo scoccò dall’arco
dell’eterna cagion de’ miei tormenti.
Lasciar perciò tu puoi
d’investigar, di ricercar più oltre
di quel che può narrarti,
di ciò che può contarti
l’aspro mio duol, che nella fronte ho scritto. —
Così diceva Giglifranco, e Antriso,
imaginando ch’egli
ad altro fin piangesse,
che coi sospir chiedesse
qualche conforto all’affannato core,
con questi detti a consigliar lo prese:
— I solitari orrori
degli antri ov’hai ricorso
per isfogar tue pene
son foco a’ tuoi sospiri,
son ésca a’ tuoi martìri;
però se mai ti prende
di te stesso pietate, imprimi l’orme
infino ad ora tuo sì incauto piede
per tutt’altro sentero;
che ’l ritrovarsi insieme,
che ’l conversar, che ’l favellar sovente
co’ più fedeli e cari
fa che men aspro ogni dolor si sente.
Deh dimmi, a che giovarci,
a che servirci mai
potrebbe questa lingua,
che sa trovar le note
da rallegrar i cori,
da invigorir gli spirti,
da innamorar il cielo,
se nei maggior bisogni
mutola divenisse?
Ah, che ’l tacer gli affanni,
ah, che ’l cercar le pene
sogliono ai cori afflitti
recar più gravi i duoli.
Qual puoi sperar conforto
al travagliato spirto
dall’onde mai, dagli antri,
o pur dai boschi, segretari fidi
de’ mesti tuoi pensieri?
Non hanno lingua l’onde,
non hanno spirto gli antri,
non han parole i boschi
da consolar chi i suoi martìr gli affida.
Dell’uomo son gli spirti,
son le parole, et è la lingua ancora,
atte a recar, atte a donar salute
a chi per doglia acerba
egro nel sen del suo dolor si giace.
Bella per ciò la società civile,
convien che mi conceda
chi ancor sua vita solitaria mena
ne’ diserti di Libia o di Pirene.
E questa i tuoi desiri,
onde si attrista e si tormenta il core,
e questa i tuoi martìri
può, se me ’l credi, ritornar in gioia.
Lascia alle fiere, Giglifranco, lascia
l’errar fra’ boschi e l’albergar negli antri,
che questo a loro e non a te conviensi.
Più proprio è all’uomo il palesar all’uomo
de la sua vita le noiose cure,
per ritrovar rimedio alle sue pene,
che ’l palesarlo all’onde,
che ’l discoprirlo ai sassi.
Né in ciò valer dêe la ragion che aporti
che ad insanabil piaga
non si trovi conforto;
perché è lontan dal vero
questo mentito dir che ora t’inganna;
ché le piaghe immortali,
ché gli insanabil mali
vie più che ’l viver solitario sana
il conversar sovente,
e a’ bei diporti il ritrovarsi pronto.
Ma se ’l diporto e ’l coversar ti spiace,
almen non prendi a schivo
il raccontar al tuo fedel Antriso
ond’han sua fonte questi amari pianti,
ond’han principio i tuoi sospiri ardenti.
Scuopri a chi può sanarti,
svela a chi può col suo saper aitarti,
quel mal che ti tormenta.
Fallo se punto hai di piacer disio
al desiderio mio;
deh, Giglifranco, fallo,
e non voler negarmi
ciò che a pregar ti prendo.
Non vuol dever, non vuol ragion che sprezzi
miei supplici scongiuri,
poiché a giusta preghiera
non consentir quel che a ragion si chiede,
troppo è villan pensero. —
E qui si tacque Antriso,
ver’ cui volgendo addolorato il guardo
il mesto Giglifranco a dir riprese:
— Sì dolce è lo stil che da la tua lingua viene
a consolarmi, a confortarmi il core,
che in quel già scorgo il vero
di ciò che mi consigli,
e già sperando che giovar mi deggia
il teco disfogar i miei dolori,
prendo a narrarti il tutto
delle mie estreme pene.
Tu intanto ascolta, e compatisci al pianto
che spesso troncherà le mie parole,
e mi soccorri col soave stile
de’ tuoi dolci conforti.
Era nella stagione
che fatto vecchio l’anno
spoglia l’erbe de’ fiori,
priva gli arbor de’ frondi,
e sotto ai geli et agli algori estremi
s’imbianca il prato e incanutisce il monte,
quando, misero me, fui fatto servo
di due begli occhi ardenti
della mia ninfa ingrata,
più chiari assai del sole,
più vaghi assai di ogni mortal bellezza.
Ne sospirai lunga stagione et arsi;
ma i miei sospir destâro in lei orgogli,
ma l’ardor mio le fe’ di ghiaccio il core.
Lodai la lor beltà con vario carme,
e spesso gli chiamai lampi d’Amore,
belle e crude faretre,
chiari figli del Sole e dell’Aurora,
dolci labbra del core,
stelle del ciel serene,
fonti d’ogni mio bene.
Ma, ahimè, ch’i versi miei furon cagione
ch’ella in vece di amarmi
si acconciasse ad odiarmi.
Senti e stupisci, crudeltate estrema,
ciò che tramò contro di me la iniqua,
ingratissima ninfa, che tanto amo.
Per tenermi lontano
dal mio nido natio,
ove in prima godea cari riposi,
ella adoprò mill’arti,
mille mi tese insidie e mille inganni,
ond’al fin caddi vinto
per eccesso di amore,
e mi convenne, ahimè, lasciarle il core
e girmene lontano.
E se talor tentai
di viverle vicino,
per non struggermi in pianto,
ella più mi si oppose,
degli odii suoi coprendo,
accorta e lusinghiera,
la natural fierezza
col manto di pietate.
Or quanto allor patisse
questo mio acceso innamorato core
può pensarlo colui che arde d’amore;
poiché giammai potrebbe
uman pensiero imaginarlo, o dirlo
lingua mortal; ciò basti,
ché da indi in qua sì mi consumo e sfaccio,
che sembrandomi ormai
per li continui rivi
che versano questi occhi un mar di pianto,
fuggo l’aspetto delle genti e fuggo
la vista di me stesso, entro a quest’antro
delle lagrime mie pascendo il core.
Ma, ahimè, che sento convertirsi in fiume
ogni mia parte, e rivolar al cielo,
di dove ella in me venne,
l’anima mia fuor del mortal suo velo:
così va chi per donna odia se stesso. —
Avea ciò detto a pena
lo sventurato amante,
quando si vide, ohimè, cangiarsi in fiume
il suo mortal sembiante;
e che vi accorse lieto
sovra dorata nube
l’Eridano famoso,
per ricever pietoso
nella grand’urna sua quelle bell’onde,
che dell’intatta fede
di Giglifranco faran fede al mondo,
e della feritate
della sua ninfa ingrata
di un dolce mormorio co’ bei lamenti.
Ma quando gli ebbe poi
il re de’ fiumi accolti,
s’udîr di lui questi canori accenti:
— Se ardesti amando, è ben ragion che in morte,
per estinguer la fiamma
del tuo fedel non conosciuto amore,
ora ti cangi in fiume,
e che per gloria tua io ne raccolga
entro al mio seno i fuggitivi argenti,
acciò che per tuo vanto
sian tributarii all’onde
dell’Adriatico mar, ov’ogn’or splende
somma pietà, fede, costanza e merto,
non simulato sdegno,
ma di Amor puro il regno.
Or ti conforta, Antriso,
se ’l tuo fedel amico
meco sen viene, nol lagrimar, ma godi,
che lontan dalle frodi,
dagli odii e dai rancori
goderà di mie ninfe i dolci amori;
e sarà meco al canto
chi già fu teco al pianto. —
Ciò detto sparve, e riempiè d’odori
l’aere d’intorno il portentoso fiume.
Ma d’alta meraviglia
colmando il petto Antriso
ne divolgò la fama,
che a’ secoli futuri
eterna durerà, fin che ’l ciel duri.

49. addusa > adusa. 61. Netuno > Netunno. 130. attroci > atroci. 165. bon > buon; oscillazione. 243. atta a donar > atte a donar. 294. cuore > core; oscillazione. 337. cadi > caddi.





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