Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Girolamo Magagnati [1565ca -1618ca]

Da “Idilli” di AA. VV. [1611]

La Vernata.

   Ne la stagion tranquilla,
che le cure più gravi,
i pensier più pungenti,
le stanchezze, gli affanni,
le fatiche e i sudor depone il mondo;
allor che in ozio dolce
la Terra innamorata
a lo specchio del cielo
si terge il volto, e di candor non finto
s’adorna e si fa bella,
perché più degna poi
vagheggiar possa il Sole,
il Sole eterno e suo gradito amante;
là dove il sacro figlio
del gran padre Oceàn, ch’a i patrii lidi
quasi rinunzia feo
del bel diadema suo di musco e d’alga,
e per anguste e sotterranee strade
de le più cupe e più profonde fibre
de la gran madre antica
lascia l’amaro e ’l salso,
muta il ceruleo volto,
e bianco e dolce sorge
fastoso a coronarsi
di fresce e verdi canne,
e ad investirsi a un punto
del titolo famoso,
del titolo superbo
d’altero re de’ fiumi;
a’ piè d’arida, in vista,
ma viva e nuda pianta,
ch’una fu già de le piangenti suore
del temerario auriga,
che mal resse del Sol l’aurato carro,
provida mano umìle,
d’arte semplice e schietta,
che tanto sol presume,
che di tanto s’appaga
quanto le forme rozzamente esprima
de l’opra immaginata
di ruvido ed incolto
legno, dal verde stelo
reciso a pena, avea
costrutto agiato seggio,
che, in aspetto cortese,
“Ritien”, parea dicesse,
“ritien il passo, e posa,
o peregrin, l’affaticato fianco;
dona a le membra afflitte
grato ristoro, tempra
del tuo duro cammino il lungo tedio;
ecco apprestato al tuo diporto il grembo,
l’amico invito in lieta fronte accetta,
e non aver a schifo
gentil affetto in rustiche sembianze”.
Al suon tacito e muto
de’ figurati accenti
sovente il piè leggiadro
ferma ninfa amorosa,
e pastorel gentile,
e viator, che qui sua sorte mena,
per compiacer del tronco inanimato
l’animato desio d’esser cortese,
onde s’ode sovente
innamorata lingua
disacerbar col canto
del cor l’aspre punture,
de l’alma i duri lacci,
e de la cara libertà perduta
la rimembranza amara.
S’odono in dolci e pellegrini accenti
i favori e le gioie,
i dispetti e le noie
che dal bramato oggetto,
da l’idolo adorato altrui riceve,
o pur l’eccelse e rare,
l’angeliche e celesti
de le bellezze altrui pompe amorose;
s’odon talor sospiri
in flebili concenti
soavemente lusingando l’alma
trar da’ più freddi petti,
da’ più indurati cori
per gli occhi il sangue in tepidi ruscelli.
Talor musica gola
i concetti de l’alma
dal petto emerge, e fra le labra immote
di semi aperta bocca,
mentre posa la lingua, e par che ascolte,
gli esprime in vaghi affettuosi giri
di soavi e di care
note inarticolate;
ma sì svelati e puri,
sì chiari e sì facondi,
che al tintinnir soave
de’ già commossi spirti,
che dolce sente ne le fibre il sangue,
ogni animante approva,
se fortunato gli ode,
che questa è la verace,
che questa è la divina
de l’alme alma favella.
Talor da’ cavi legni
di sì gentil lavoro,
di sì mirabile arte,
che, ove fôran per sé d’abbietto tronco
vil cadavero inetto,
da mano esperta e dotta
trattati, a breve fiato han vita e spirto,
s’odono in dolci tempre
alternar quelle voci
più grate e più sonore,
più scelte e più concordi
che in melodia soave,
in sinfonia gioconda
possan quaggiù far fede
de l’armonia de le celesti sfere;
onde ai festosi inviti
che l’aria intorno giubilando intona,
e lieta instilla per l’orecchie ai cori,
ninfe leggiadre e snelle,
pastori amanti e gai,
destre robuste e forti,
fatte più degne e più gentili a bacio
d’acceso affetto umìle,
riverenti accoppiando
a man morbide e molli,
fra scherzi amorosetti
guidan sovente a prova
vezzosette carole,
e in giri or lenti, or presti
l’animato alabastro
d’aureo coturno cinto
con graziosa agilità gareggia
con piè pronto e leggero,
che, la terra sdegnando,
alto si leva, e destro
l’aria dibatte e sferza.
Ma de la pugna lascivetta e vaga
di padrino ecco farsi
omai giudice il suono,
giudice de le parti eguale amante,
che discreto comparte,
quale orator facondo,
varii annodati scherzi,
tremuli, accenti e trilli,
forze de la sua lingua,
de l’arte sua colori,
con cui si persuade
autorevole e giusto
conciliator de’ moti
di sembiante diversi,
e li riduce a un tempo
concordi a un sol concetto,
intenti a un sol punto.
Così fra lor comparte
di pari onor la gloriosa palma,
onde di pace in segno
ricongiungon le destre,
e, in riposo tranquillo,
ne le serene fronti
leggon di pari ardor le fiamme accese.
Talora anche vi siede
de le squamose belve,
de l’onde abitatrici,
avido cacciatore
di lieve canna armato,
da la cui sommità stame discende
che ne l’estremo annoda
ferro adunco e sottile;
ma insidioso a meraviglia e scaltro,
poiché di molle spoglia
di semplice vermetto
ammantato, innocente ésca si finge.
Con questo, in queta parte
di cupo seno ove rifugge l’onda,
e par che si console
di non correr del mar ne l’ampie fauci,
di rimanersi a l’aura,
né con lubrico piè precipitarsi,
con giro rapidissimo e fatale,
ne l’abisso vorace
di vortice profonda,
la cauta mano, occhiuta
spiatrice de’ campi, ondosi alberghi,
tenta le mute fere,
ne’ lor semplici nuoti,
ne’ lor vezzosi scherzi,
vaghe talor di cibo;
e di cibo terrestre,
quasi frutto soave e pellegrino,
più bramose e più vaghe,
onde corrono incaute
a l’apparir de l’esca traditrice
ove il desio le tragge.
Così trafitte e prese,
da l’aria lor più densa,
più nutritiva e fresca,
ove il liquido fiato
per le guance il respiro
e la vita riceve,
escono a questa rarefatta e calda,
ad affogarsi in brevi guizzi astrette.
Or quivi giorno assisa
donna pomposa a meraviglia e vaga;
ma pria, scoperto il tronco
che ricopria la brina
con plettro d’or che ne la destra avea,
a garzon leggiadretto
che la seguia d’aurata lira onusto,
di lieto e nobil volto,
ch’avea misto al candor pallor gentile,
di bionda e sottil chioma,
di baldanzosa fronte,
d’occhio pronto e vivace,
di membra dilicate anzi che forti,
ma d’aspetto prestante,
in cui chiaro splendea
di pellegrino ingegno alto presaggio,
volse vezzosa il guardo,
e in voci lusinghiere:
— Vedi, dolce ben mio
(disse), vedi, mio core,
questo forato legno,
questo di cavo bronzo altero ordigno,
che la divina mia sinistra afferra,
a la tua bocca amata,
al tuo fiato si serba.
Dona a me dunque, dona
quelle labra soavi, 230
e fa’ scoccare il bacio
fra queste ch’io ti porgo.
Or ch’io t’abbraccio e stringo,
suggi suggi, amor mio,
da lingua innamorata
i più focosi affetti,
mentre suggendo anch’io
a te lo spirto invio.
Or deponi la lira
e a la sampogna indi a la tromba aspira.
Ma tu taci, e pensoso
par che dato abbi il freno
a dubbia e pigra mente.
Del pronto ardir ch’audace
usi mai sempre? O speme di quest’alma,
t’affligge forse il freddo?
Com’hai le man gelate,
soave mio conforto,
riponle in questo seno,
e da quel cor ch’è tuo cavane il caldo.
La guancia languidetta ristora
a queste mie tepide, e fatti
seggio di questo grembo;
ecco, t’adoppio col mio manto il manto;
rifocilla e rinfranca
lo smarrito vigor. Vedi, tesoro,
se’ tenerello ancora,
e però stimi rigido e severo
questo de l’anno venerando aspetto,
et orrida ti sembra
imbrumata vaghezza
di canuta bellezza.
Odi, mia ricca gioia,
quel rigor che ti cinge
il collo, il petto e ’l fianco,
altro non è che vezzi,
altro non è che amplessi
affettuosi e dolci,
che la saggia Vernata
ai cari suoi comparte,
e que’ soffi mordaci
che ti fiedon le gote
altro non son che baci.
Così careggiar suole
le cose più pregiate,
gli animanti più degni;
e come il ferro a l’onda
gelida forza acquista
qualor lascia le fiamme e vi s’immerge,
così ’l morbido e molle,
come se’ tu, se gli agi aborre e fugge,
divien forte e robusto
a l’aure assodatrici
di quest’alma stagione,
regina altera e Donna,
vita de l’universo,
forza de la natura,
presidio de’ viventi,
onnipotente e invitta,
che l’altre tutte imperiosa doma.
Già puoi comprender chiaro
che, suggiogate e vinte,
al suo trono sublime,
cui non osan pressarsi
per riverenza umìle,
a la sua maestà s’inchinan tutte.
La vaga primavera
di freschi paschi erbosi
i colli intorno e le campagne ammanta,
quasi apprestata mensa
a le mandre ubertose,
a le greggie lanute,
per elicerne poscia
rappreso e dolce latte,
e folti e bianchi velli;
e di mille colori
con mille forme ingemma
il dorso a le pendici,
il volto e ’l grembo ai prati,
le labra ai ruscelletti,
perché su ’l bel mattino
escan le schiere industri
de l’api, susurrando
a raccorne le miche
de’ divini conviti
sui fior, per man del Fato
scosse da le celesti eterne tele.
La più calda stagione,
quando a la rabbia ardente,
al latrar più molesto
de le stelle mordaci
il celeste lion freme e s’adira,
onde paventa e suda
a’ suoi ruggiti il mondo,
nel sen fervido accoglie
le biade tenerelle,
quasi novelle e pargolette infanti
tumidette di latte,
e le concuoce e indura,
mentre le spiche imbionda,
i verdi gambi impaglia,
l’erbette molli infiena.
L’autunno impampinato
con sollecita mano,
depredatrice amica,
toglie festante ai tralci
l’uve dorate e nere,
poscia piantuto e forte
deprime e calca i monti
de’ racemi pregnanti,
e ne fa scaturire
con grato mormorio fontane e laghi
di flavo almo licore,
di vermiglio e spumante
nettare, de’ viventi
ristoro, spirto e sangue,
e frutti in copia aduna
di varie forme e vaghe,
ritratto de’ colori,
ricetto de’ sapori,
e ne forma trofei ricchi e pomposi.
Indi con la fiorita
e la stagion cocente
i pregiati tesori,
le sostanze più care, appende e sacra;
opime altere spoglie,
di tributarii in guisa,
quasi in trionfo addotti
de la Vernata gloriosa agli agi.
Ma, benigna non meno
che trionfante, i semi
de le vittorie sue sotterra ascosi
assicura e difende
dagl’insulti del Sole;
benché non gravi insulti,
né di fero certame,
né di mortal duello,
ma d’amico torneo colpi amorosi.
Ma pure insulti al fine,
onde si duol talora
e si lamenta il mondo;
e ciò la Terra di sua mano armando,
quasi valletto accorto,
con folte maglie di pruine algenti,
con usbergo di gelo
adamantino e saldo,
sì lucido e sì terso,
che se vi fiede il Sole
co’ vivi raggi ardenti,
ferito anch’ei rimansi
da’ lampi e da’ fulgori,
che gli abbaglian talor la vista e ’l lume;
onde lontano il volto
e l’aurea chioma a suo poter ritira
per iscansarne i colpi,
e sovente si cuopre
di nubi oscure e folte,
prole d’entrambi amata,
ch’han pieno il sen fecondo
de’ velli candidissimi che in cielo
d’Icaria riportò la Luna amante.
Cinzia gentil, che mentre
dal suo bel cerchio osserva
con piacer del fratel la pugna e i vezzi,
perch’ei più non s’arretri,
ma sostenga la vista
de la guerrera amata,
schiude le nubi e intesse
con divin magistero
de’ suoi bianchi tesori
candida sopravvesta
ai rilucenti arnesi,
che fa sì meno acuta e men pungente,
ma non men vaga e men pomposa mostra.
La vite, il sorbo e ’l pero,
il prugno, il fico e ’l pomo,
e ’l fruttifero stuolo
tutto de’ campi ameni,
così la quercia, il corgnio,
il faggio, e de le selve
tutta l’ampia famiglia,
cui pria troncò le chiome
col rasoio del gelo,
questa reina algente
con providenza eterna
nel suo valor, in sua virtù conferma;
e quel lussureggiante
spirto di germogliar mai sempre vago,
entro i confini arresta
de la molle corteccia,
che poscia innaspra e indura
cauta, né d’esitar permette un punto
al vigor prigioniero.
Così l’alma concentra
degli animanti immobili e frondosi
a quiete e riposo,
perché valida e fresca
risorga a novo tempo
a propagar de le sue spezie i frutti.
Gl’impennati animali
e le fere selvagge
od impingue od intana
per conservar, per arricchirne il mondo.
Toglie a le serpi il tòsco,
forza maggior de’ loro
felli arrabbiati morsi,
onde imbelli ed inerti
fra discoscese rupi
ed in cupe caverne,
ne’ più riposti orrori
degli aspri alpestri monti,
celan se stesse, e dànno
libero il passo a’ pastorelli erranti.
Vieta l’insidie al lupo
contra le semplici agne,
che le greggie raduna
sicure a ruminar l’arida erbetta.
Entro i ben chiusi e ben muniti ovili,
e ne le agiate stalle,
di nave in guisa intorno
ben calafatizate,
serba le mandre, ove il torello in pace
con gran piacer rimira
in sua dolce vendetta
pender, quasi trofei
sacrati a la quiete, i duri gioghi
a le pareti appesi
sudar ai caldi fiati,
com’ei sudò più volte
sotto il lor grave faticoso impero.
In sì fatti abituri
godonsi i pastorelli,
in bel drappello accolti,
a l’alterna armonia che a franger l’esca
fan le giuvenche e i tori,
tesser fiscelle e intrecciar paglia o giunchi,
mentre le pastorelle
tran da conocchie il lino,
e lieti novellando
passar l’ore notturne,
cominciando, da scherzo, acerbi amori,
ch’han poi da vero fin maturo e dolce.
Ma qual piacer non porge,
qual gaudio, qual diletto
a le cittadi eccelse?
Se pur falde di gelo
rarefatto e gentile il ciel dispensa,
e le contrade intorno e i tetti ammanta,
da’ pomposi palagi
e da superbe logge
vedi donne e donzelle,
ch’han di giubilo il cor ripieno e ’l volto,
quasi d’Amor guerrere
far di sé vaga mostra,
indi ridenti e balde
sfidar schiere d’amanti,
che da più basso piano
ingaggian la tenzone.
Già quinci e quindi vedi
da preziose et odorate spoglie
trar man morbide e bianche,
che in riposo godean pace tranquilla,
e, fatte audaci e pronte,
sprezzar l’asprezza rigida e crudele
che l’erbe adugge e i fiori.
Ma poi dal cor del ghiaccio
(miracol di natura)
trar caldo e spirto al sangue.
Ma che dic’io miracol di natura?
Come da bianche spume
del vasto ondoso sale
sorse la bella dea del terzo giro,
per poi splendere in cielo,
fra le spume del ciel s’asconde e mesce
per diportarsi in terra,
onde quinci avventata
e quindi risospinta,
mentre vola e rivola,
con suo dolce trastullo,
da l’amante a l’amata,
da l’amata a l’amante,
in picciol orbi accolta,
tutti de la sua sfera
porta seco gli ardori,
seco adduce gli amori.
Però dovunque arriva,
de le sue fiamme il più bel foco accende,
e di viril sudor le fronti asperge,
ben che a la neve in mezo,
agli amanti infocati,
d’amoroso desio fervidi e colmi.
Così le man di rose,
di bianchissime rose,
tinge di bel vermiglio
col calor e col sangue,
a cotal opra avvezzo;
ché di se stessa informa
le sue divote e fide,
anzi se stessa infonde
ne’ gentil cori amanti,
e stimolata e punta
da la gara gentil, dal gelo acuto,
il bel candor co’ propri spirti inostra.
Le man dunque di rose,
rose animate e care,
vibran neve di foco,
foco amoroso e dolce,
ond’offre il petto e ’l volto
per ricever sovente
il desiato colpo accorto amante.
Né so qual sia maggiore
del feritore o del ferito il fasto;
se l’uno ha la vittoria,
l’altro, non men felice,
d’esser vinto si gloria;
si pregia il trionfante,
e del suo vincitor gioisce il vitto.
Da braccio agile e destro
spinta talora arriva
a baciar vago volto,
e, del piacere ingorda,
in mille parti e mille
si spezza, e ’l collo e ’l petto
d’alabastro e di latte
avidamente abbraccia,
e vezzosa careggia;
né lascia i biondi crini
del suo favor digiuni,
che di candore aspersi
di smalto in oro in guisa,
gli adorna, et ammonisce
cortese e par che dica:
“Come or ven gite alteri,
superbi aurati lacci,
che campeggi il candor su ’l vostro biondo
e s’accordi con l’ostro
di cui fiammeggia il volto,
quasi presagio de’ fiori,
a far di vostro april pomposo il maggio,
ond’è vostra bellezza
fiamma di mille cori.
Così se neve a neve
s’accoppierà, che fia ben tosto il tempo,
e tosto fia pur troppo,
ché pur troppo è fugace,
e le rose languenti e scolorite,
e ’l pallor di viole
fra le rughe del volto
del vostro verno spiegherà l’insegne,
sarà vostra vecchiezza
riso di mille amanti.
Ami dunque e non perda
neghittosa i bei giorni alma gentile,
e chi di non pentirsi,
saggio, ha spirto e vaghezza,
segua di Citerea l’orme e ’l consiglio”.
Così parla la dea
in tacito sermone,
oratrice faconda,
a l’amorose sue dilette ancelle,
mentre da’ bei crin d’oro,
al consiglio di terso
e lucido cristallo,
scuoton le fredde stille,
che nel profondo han forza
di cocenti faville.
Ma se il ceruleo volto
mostra ridente al mondo
il ciel puro e svelato,
e il sol, de l’aurea luce
eterno dispensiero,
a le cose il color distingue e avviva,
premer il dorso vedi
a superbi destrieri
da numerose e folte
schiere d’illustri amanti
di ricche spoglie ornati;
di mille fregi adorne,
di gemmati diademi
cinte le tempie altere,
cui preziose piume
col tremolar gentile,
co’ lascivetti errori
dàn vaghezza e decoro;
e con dorati freni 615
regger morsi spumanti,
e dar legge a feroci
voglie di dar rapidamente al corso
il generoso e risentito fianco,
lievemente da spron battuto e punto.
Con lungo ordine e vago
indi riedono e vanno
compartendo i saluti
e i riverenti inchini
ai lor numi adorati,
che, fra seriche pompe
di barbarici fregi
in vaghi e bei colori
da pellegrina e industre
babillonica man sparsi e contesti,
da le finestre dànno
giocondissima mostra,
e riempendo di letizia i cori
fanno di lor bellezze
spettacolo beato agli occhi altrui.
Dolce vista e leggiadra è pur qualora
que’ sembianti divini,
degli onori del ciel parte più bella,
gemme di paradiso,
i cui chiari fulgori
ardon d’invidia il sole,
si ricuopron, per vezzo,
d’oscure larve del bel volto i fiori.
Visibilmente Amore
lasciar le panie e i lacci
si scorge, e le quadrella,
forza maggior del suo potente impero,
tutte raccor negli occhi,
già fatti solo e periglioso agone,
ove sfida i più rigidi e severi
sprezzator del suo nume,
rubelli del suo regno;
e co’ moti soavi
de le gentil palpèbre
sotto vezzose e placide sembianze
archi del suo rigor possenti e crudi,
farne stragge il tiranno atroce et empia;
onde fastosi e invitti
i suoi superbi arcieri
ne’ carri aurati ir vedi,
quasi di Campidoglio
a la vetusta e gloriosa usanza:
co’ prigionieri a’ fianchi
e innanzi, incatenati
di catene invisibili e tenaci
da nuovi Autumedonti,
a passo grave e tardo
per me’ spiegar la pompa
de’ lor ricchi trofei,
per l’ampie strade e a le gran piazze intorno
trionfanti girar di palme onusti.
Ma lo stuol de’ trafitti,
e da più d’uno stral, da più d’un arco,
perché l’alma non pinga
con gli accesi colori,
co’ languenti pallori
nel volto i chiusi affetti
del cor profondo e cupo,
onde l’occhiuta Gelosia comprenda
d’occulti amori e avviluppati il nodo,
di stratagemmi i lacci,
di laberinti il filo
velan di contraffatte
forme il noto sembiante,
e gioiscon talora
ch’altri nol crede o scorge,
e s’affliggon sovente
sotto finto piacer di riso e scherzo.
O quante volte, o quante
sotto candida forma,
de’ bei parti di Leda
vibran d’acque odorate
altrui gradite in vece
lagrime distillate.
Ma nova e nobil cura
ecco distrae gli appassionati amanti
da’ dilettosi scherzi.
Chiama d’altere trombe
guerrier concerto in prova
a tre colpi di lancia
chiunque in sella esser si crede o vanta
feritor d’asta esperto,
indi a finto sembiante
di barbara figura,
che in vista orrida e fiera
par che minacci e sfide,
superbo e dispettoso,
con fronte oscura ogni più duro incontro,
drizzan de l’aste gravi
le coronate punte
a mezo il trito calpestio sonante
di corridori ardenti,
che a Cillaro, a Pegaso
fan di velocità dubioso il vanto.
Giungon l’antenne al segno,
quasi da cocca usciti
pennuti strali rapidi e volanti,
in assai men che non balena un lampo,
e, frante sino al calce,
lascian del colpo il segno,
che da perito accorto
riconosciuto, è fedelmente esposto
a cavalier prestanti
de’ premi dispensieri,
in parte eccelsa in maestade assisi;
onde qual fior di gemme,
qual ghirlanda pomposa,
quale aureo illustre vaso,
qual vago e nobil cinto,
qual ricca spada e qual superbo arnese
di sua virtute in fede
glorioso riporta.
Poi tutti insieme accolti
gli onorati trofei
ergon di lor vittorie,
e, raccogliendo il già mietuto applauso,
ovanti van per le contrade intorno.
Né la plebe rimansi
senza sensi d’amore,
senza giubilo al core,
che anch’ella in varie guise
diportando sen va lieta e festante.
Già da musico spirto
mossa turba guerrera
toglie l’orgoglio e l’ira
al fiero Marte, e mostra a l’armi ultrici
d’oprarsi, a scherzi in mezo,
senz’odio e senza sdegno
nov’arte e nova legge.
In due nemiche schiere
tratti, i campioni arditi
stansi aspettando il segno
del nuovo abbattimento
ridenti in volto e minacciosi a un tempo,
fervidi sì, che a segno
si contengono a pena,
sì d’assalirsi il bel desio gli sprona.
E non clangor di tromba,
non rumor da taballo,
non di tamburo il bombo,
ma più dolce del sistro
e più de l’oricalco
armonioso suon di cetre e d’arpe
fa lor soave invito
al giocoso certame.
Ecco imbracciar gli scudi
e trar dal fianco i brandi,
e in maestrevol giri,
ne la discordia amici,
ne la pugna concordi,
or basso or alto balenar sonanti
e tempestar con armonia sonora
dritti, riversi e punte
sopra i dorati scudi.
Bellicosa carola,
guerra festosa e vaga,
in cui Marte ed Apollo
con bel cambio fra lor d’accenti e d’armi
porgono a l’altrui vista
pellegrino spettacolo e giocondo
di gioia e furor misto;
ond’è dolce il furor, la gioia ardente,
che in disusate tempre
a un punto infiamma e molce
ogni amorosa et indurata mente.
Ma del piacer nel colmo,
ecco talora infuriata belva
da lunghe funi ritenuta in parte,
che da crudi molossi
fieramente assannata
vien compartendo il duro corso in salti,
squarciando l’aria con le corna acute,
minacciosa di strage aspra e feroce,
e nel drappel più folto
ruvinosa si caccia,
e la torma festante
sossopra volve, e in un confonde e mesce
co’ musici gli astanti
e i combattenti audaci
co’ timidi e fugaci,
e de la mischia il dissipato aspetto
ecco si cangia a un tratto
in mostruosa e scompigliata danza,
mentre al tenor profondo
di tremendi muggiti
mille latrati accorda
d’assordante tumulto alto rimbombo.
Fugge, s’avvolge e riede,
s’affretta, arresta e salta,
bisbiglia, applaude e grida
a un punto stesso inumerabil turba,
varia di spoglie e varia di sembiante,
che a poco a poco un solo
bulicame indistinto al fin rimansi;
però che l’aria imbruna,
e la nunzia de l’ombre umida sera
la notte omai rappella
a tinger del suo nero
e ridur ad un solo
cupo uniforme volto
de’ bei color la numerosa schiera.
Già l’ali oscure e tetre,
nel cui fosco nasconde
candidissime brine,
avea spiegate e stese
intorno a ricoprir le valli e i monti,
né fuor che i lucidissimi ricami
del bel manto celeste
la stagion tenebrosa
avea per occhio uman vaghezza o scopo,
onde ciascuno a ricovrar s’affretta
in famoso teatro,
ove, al cader di tele
di scena illuminata,
ognuno intento e fiso
finta reggia superba,
finta cittade o finto bosco ammira,
e da finte passioni
di pastorali amori,
o da finto gioire
di civili allegrezze,
o da finti emergenti
di reali sciagure,
trae non finto piacer, non finto riso,
e di non finte lagrime s’immolla.
Indi esce ognuno e scorge
d’ogn’intorno apparir lampade ardenti,
pompa notturna de’ real palagi,
e ne l’istesso punto
di bitumi e di gomme accese faci
arder l’oscuro lembo
de le dense tenèbre,
et introdur notturno e lieto giorno,
che più vivace ha il lume
de’ chiari rai del sole,
quanto più fiere e terminate l’ombre
seguon la notte i corpi,
che il dì sereno e puro.
Ecco al novo splendor gran piazza aperta
divenir chiuso agone,
e da più lati entrarvi
a suon di trombe e di tamburi ardenti
schiere pompose di valletti accorti,
cui succedon d’eroi drappelli illustri.
Ricca corona e vaga
di padrini prestanti,
condottieri cortesi,
di campioni superbi et orgogliosi,
cinti di terso acciar la fronte e ’l petto,
che da strani paesi,
da remote contrade
di regioni incognite e lontane,
per faticosa via
mostran vaghi di gloria ivi esser giunti,
e in modi pellegrini,
qual con barbara pompa,
qual con leggiadro portamento e snello,
qual grave, qual giocondo,
qual rozzo, qual gentile,
qual deo, qual re, qual servo,
industre esser si finge;
e d’ingaggiar dura battaglia ed aspra
ciascun dichiara aver l’animo acceso,
contra guerriero ardito
mantenitore audace,
che solo è fra gli amanti
per lealtà, per fede
degno d’aver di bella donna il core.
O che sia di bellezze
o di virtù più illustre
l’amata sua di qualunque altra spiri;
o che il rigor di bella donna sia
ésca di gentil core,
fiamma di nobil alma,
più che i favori, le lusinghe e i vezzi;
o che d’Amor la face
sia da speme nutrita,
e tosto ch’altri arriva
al desiato ben, perde la vita;
o che il seguir Cupido
vana cupidità sia de la gente
sora, oziosa e inerte;
od altra tal virile
conclusion, ch’alto valore indìce.
Già con superba mostra
ciascuno in largo giro,
quasi vago pavon, sue pompe spiega,
e di Marte i fulgori
in vivi e chiari lampi,
e di Venere i fregi
in varie foggie e nuove,
col terso acciar de’ rilucenti arnesi
contesti e sparsi in serici trapunti,
a suo poter si scopre
in un fiero e lascivo.
Poi di tamburi al bellicoso invito
l’uno e l’altro campion lung’asta afferra,
e del robusto braccio
mostra la forza e l’arte,
che ’l grave e lungo cerro,
qual breve canna e lieve,
scuote, raggira e volge,
a’ movimenti alteri
sempre adattando e compartendo i passi,
superbo in vista e minaccioso in atto.
Ecco incontrarsi i fieri,
e ai duri incontri, quasi scogli a l’onde,
con fragor crepitante
de l’aste frante, in triplicato assalto
al ciel volar fan le minute schegge,
indi dal fianco armato
trar folgorante il brando,
e di spessa tempesta
far sopra gli elmi risonarne i colpi.
Marte a Ciprigna in grembo
mentre godea gli avventurosi amplessi
là ne l’idalia selva,
per diporto giocondo
de le donne amorose,
ch’esser dovean di Citerea divote,
questa inspirò feroce danza al mondo;
perché osservò che la sua bella amata
sommo piacer prendea
da’ pargoletti suoi diletti arcieri,
che degli arnesi il pondo,
deposto già per l’amorose lutte,
trattar vedea scherzando;
e su l’elmo superbo
che il capo e ’l picciol busto
tutto copria di lascivetto infante
scender lucente scorse
la spada onnipotente,
colpo di tre Amorini
ch’avean di trave in guisa
con le tenere braccia il ferro avvinto,
mentre spezzavan altri
de l’aurate faretre i dardi acuti
nel grave usbergo e nel pesante scudo,
che, quasi antemurali,
eran ampia difesa
de’ vezzosi drappelli
de la gentil famiglia.
Vaga famiglia alata,
che invisibil volando,
ov’ha più gioco il Riso,
ov’ha più festa il Canto,
ov’ha più scherzo il Ballo
se’ de’ più freddi cori ésca e focile,
e de’ più caldi ardor, furia e tormento.
Ecco mentre si danza
tra sinfonia gioconda in nobil reggia
di spesse faci al lume,
onde la notte il fosco volto ingiorna,
tende, sagace e scaltra,
fra sguardi intenti e fisi,
e folgoranti o schivi,
fra discorsi amorosi
e moti accorti e dolci,
fra movimenti maestosi e gravi,
e passi acconci e destri,
e fra strette soavi e lusinghiere
di mani a mani aggiunte,
panie, reti, catene, insidie e lacci
a l’alme semplicette, ai cori amanti.
Ma giunta al punto è l’ora
che i bianchissimi lini
de l’apprestate mense
sien da conche d’argento
colme di cibi preziosi e rari,
per man discreta e saggia
d’accortissimi e providi serventi
lautamente consparsi.
Già già de’ vasi d’oro,
pompa de l’Arte effigiata e ricca,
forman fontane e gorghi
d’onda odorata e chiara,
che le mani a bagnar cortese invita.
Vola candido il bisso
ad asciugar le dita,
ch’uso via più ch’altro bisogno asperse,
indi ciascun s’affide
a coronar de la divizia l’ara,
abbondante di quante
il ciel, la terra e l’onda
e la natura e l’arte
per uman gusto in vigilar s’adopra.
Gode contento il vago,
via più che di cibarsi,
di sceglier l’esca più soave, e porla
innanzi al suo desio.
Gradisce il don l’amata,
e in nappo di purissimo cristallo
il nettare spumante
mostra al suo caro, e un sorridente invito
a libarne altrettanto
gli porge in ricompensa.
Sorge tra i convivanti
cortese e gentil gara
di presenti leggiadri.
Vengono e vanno i paggi,
quasi amorosi araldi,
con regio cibo, o frutto, o fiore, od erba,
e motti arguti, e pieni
di profonde e segrete intelligenze,
e forse, nol sapendo,
tra il calor di Lieo,
e di Cerere i pregi,
fra cui giubila e gode
Venere sempre e ride,
traman tela amorosa,
che lungamente ascose fila ordîro.
Né già di neve algente
cadenti e spesse falde,
o di Borea importuno
rigor gelido ed aspro
turba il riposo lor tranquillo ed almo;
ché nutre arido bosco
fiamma abbondante e chiara,
che ricreando molce
gli spirti e ’l sangue a le gelate membra,
ond’hanno i ben cibati
di soave ristoro
e di doppia dolcezza allegri i sensi. —
Così dicea la vana
fantasma al giovinetto,
che dal suo dir pendea;
e a le delizie in mezo, in mezo agli agi
con meraviglia e con invidia uditi,
intanto afflitto e mesto,
e si peria di fame
e si moria di freddo.
Pur tanto ebbe di spirto,
che, tratto il breve ferro
con cui dar forma er’uso
a la piuma di penna,
ne la tersa corteccia
de la pianta cortese
queste voci intagliò chiare e distinte:
«Di sola Poesia nudo talento
non val se non parole,
che se le porta il vento».

94: facendi > facondi. 191: fruto > frutto. 208: pletro > plettro. 233: t’abbracio > t’abbraccio. 271: a que’ > e que’. 313: susurando > susurrando. 324: ruggici > ruggiti. 346: ristore > ristoro. 403: accuta > acuta. 657: fanne stragge > farne strage; ‘stragge’ è oscillazione col v. 793. 730: rica > ricca.





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