Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Francesco Ellio [? - XVII sec.]

Da “Gl’idilli di diversi ingegni illustri del secol nostro” di AA. VV. [1618]
1
L’Endimione.

   Dal sonnacchioso grembo
delle cimmerie grotte,
di rugiada celeste umido il crine,
sorgea la Notte a dar riposo al mondo,
e, quale Argo immortale,
di mille occhi stellanti
nelle tenebre sue mescea la luce;
quinci, d’Amor mercede,
di dodeci facelle in giro cinta,
di Arianna splendea l’aurea corona;
quindi l’arcada ninfa
di sette lumi adorna il petto e ’l tergo,
quasi degna ministra
de’ superni diletti, al cielo assunta,
innamorata ardea;
e, nel puro seren, sì ben distinta
si mostrava a’ mortali
la lubrica del ciel cerulea veste
di stelle erranti e fisse,
che da’ lor moti alterni
l’armonia delle sfere
si potea giudicar, se non godere.
Quando vezzosa ancella,
la sorella del Sol, la dea di Cinto,
emula al suo fratel, schiuse le porte
della candida sua bella magione;
le veloci corsiere
componendo e frenando,
l’argentata sua biga
presse, stendendo all’occidente il corso.
E sì pomposa mostra
fece del suo candor, che puote al fine
invidiosa farsi
la dea detta più bella,
la dea che in Cipro e ’n Amatonta impera;
onde, di sdegno accesa,
all’armi più sicure,
al caro figlio accorse;
e stringendolo al seno
e baciandolo in viso
prorupe al fine in queste,
irrigando di lacrime le gote
gravide di dolor, pietose note:
— O mia somma possanza,
o pargoletto
figlio, diletto figlio,
al cui nome, al cui nume
inchinan riverenti uomini e dèi,
se mai di me ti calse,
di me, tua genitrice, ora ti caglia
per quel latte divin che, nato a pena,
da queste poppe mie dolce suggesti;
l’algente dea, che ancor sola tra noi
la tua fiamma immortal schernisce e fugge,
quasi notturno sol, si pregia e mostra
esser di me più bella,
di me, le cui vestigia
non sdegna seguitar l’aureo pianeta,
allor che mattutina e risplendente
soglio al mondo intimar l’Alba nascente.
Mira pur or l’altiera
come superba appare,
assisa trionfante,
dalli confini uscir dell’orizonte.
Perché, perché, mio bene,
del sprezzato tuo nume,
della schernita mia cara beltade
non fai sopra di quella
eterna e memorabile vendetta?
Che giova a te l’aver satiro e tauro,
et in mill’altre forme, il gran Tonante
per caduca beltà dal ciel deposto?
Che val a me ch’io sia
quell’immortal regina
coronata di rose,
a cui sui colli d’Ibla
piangon le canne ogn’or dolcemente,
se costei resta intatta?
Costei che, tra le fere
allevata e nodrita,
di dura selce ha il cor, l’alma di giaccio.
Già non ardi; ben mi rammento allora
venir in paragon di sue bellezze,
che là ne’ gioghi a Ida
contro Palla e Giunon per me si diede
dal frigio pastorel giusta sentenza.
Dimmi, sola degg’io
della superna corte
esser, in terra, in cielo,
all’arco tuo crudel perpetuo segno?
Il Xanto, il Simoenta
di me ridono ancora,
che non sdegnai d’Anchise
provar i baci e gl’iterati amplessi;
l’assirio giovinetto
generato d’incesto
per te fu fatto degno
di godersi, mortal, d’un’immortale;
e per te, al fine ingrato,
del geloso Vulcano
me co ’l tuo genitor la rete accolse.
Or l’odio, ch’a ragione
contro di te nodrivo,
vada in oblio,
vaglia in me più di quel materno affetto,
pur che di questa altiera
la vendetta, ch’io bramo,
vegga, per mezzo tuo, condotta al fine. —
Qui si tacque la dea, che troppo disse
al temerario figlio,
che, dal suo grembo tolto,
sospendendo e librando
l’arco suo piccioletto,
adattato il turcasso
e spiegate le piume
gialle, vermiglie e d’oro,
poich’in aria si fu sospeso alquanto,
così rispose, e fe’ cessarle il pianto:
— Madre, ben tu potevi
ad un sol cenno darmi
di sì giusto desir piena contezza,
che subito t’avrei
della nemica tua data la palma;
che s’ella è ben di giaccio,
le mie fiamme, i miei strali
gelo non trovan mai che li ratempre;
anzi soglio talora
unitamente in seno al mio seguace
porre, onde aggiacci ed arda, il foco e ’l gelo.
Ah, più non sia che malcontenta in atto,
per sì lieve cagion, la genitrice
io scorga, e del figliuol diffidar tanto.
Ecco, il modo pur lor m’è sovvenuto
d’adescarla al mio mèle,
che spesse volte suole
tramutarsi in assenzio.
Là ne’ campi di Caria,
pur a costei sacrati,
s’erge frondoso un monte
ameno, opaco, ombroso,
cui Larmio e Latmo il suo cultore appella.
Ivi suole un pastore,
la cui somma bellezza
ammirano le selve,
e stupiran le ninfe,
stanco delle diurne,
boscareccie fatiche,
in su ’l fiorito prato
stender le membra e darle in preda al sonno.
Nel costui seno i’ vo’ ch’ella conosca
quanto amaro io mi sia,
quanto dolce io mi sia,
e quanto spesso in un dolce ed amaro.
Ma che più tardo? dove
penso farla cader spiego le piume. —
Così lasciò di sé lieta e contenta
la genitrice sua l’alato arciero,
che de l’Idalio l’odorate cime
d’amaraco e d’amomo,
di serpillo e d’acanto,
u’ di veleno infetta erba non noce,
sen gio tantosto a riveder veloce.
Intenta al corso intanto,
frettolosa trappassa
un gran spazio del ciel la bianca Luna;
al fin battendo arriva
a quel segno, a quel loco
dove d’Icario la stellata figlia,
Erigone pietosa,
stassi all’Idra col piè premendo il capo.
La Ionia signoreggia,
e nel chiaro di Grecia aureo paese
gl’influssi suoi notabilmente imprime.
Ivi mira fastosa,
in questa parte e in quella,
della sua deità crescer il culto,
et in Argo, in Efeso, in Cinto, in Delo
fumar tiepidi ancora
dell’immolate vittime gli altari.
Volge quindi lo sguardo, e, da’ pastori
mentre che in Caria ancor vede adorarsi,
ecco di Latmo in su l’erboso smalto
scorge starsi dormendo Endimione;
l’agreste Endimion, che la Natura,
invida del suo ben, formò sì vago;
l’agreste Endimion, quel pastorello
le cui bellezze dianzi
all’invida Ciprigna
nelle parole sue dipinse Amore.
L’insidio arciero,
che, allor nascoso al varco,
poscia che ben s’accorse
la dea, del proprio mal quasi presaga,
nel leggiadro garzon vòlta le luci,
fissar e refissar sì vago oggetto,
dalla faretra scelse
il miglior strale aurato
ch’unqua per altri ancor temprato fosse,
e, trafittole il core,
pur dianzi adamantino,
un’alma intatta, un aggiacciato seno
ésca fece d’ardor, d’empio veleno.
Tutta squoter si vide;
allor, tinta le gote
d’un vermiglio color, la dea di latte,
che da l’interno foco
già strugger si sentia,
né tralasciar volendo,
che pur le parea duro,
de l’amante fatal la vista amata,
in quel dolce pensier tanto s’immerse,
che, non volendo immote
restar del plaustro suo l’argentee rote,
stette immobil gran pezzo; e non s’avvide
del su’ error, né li dolse,
anzi sentì destarsi
nel cor innamorato
un focoso desio
d’abbandonar le stelle,
e lasciarsi cadere
all’amata beltà felice in seno.
E mentre pur incerta
se ne stava, e dubbiosa,
con le luci al garzon mai sempre fisse,
snodò la lingua in tali accenti, e disse:
— Qual nuovo, oimè, furor e strani affetti
in questo petto mio rinchiusi or sento,
l’un a l’altro intimar guerra mortale.
Folle, ah come vaneggio;
ché non seguo il mio corso, il mio viaggio?
O ma che forza innusitata e nuova
turba il puro seren del mio bel volto,
e del sommo mottor gli ordini eterni.
Ahi, che se ben dalla mia luce ha vita
tutto questo mortal globo terrestre,
e Dittinna son detta,
quasi face immortal de l’universo,
a mortal forza pur vuol ch’io soggiaccia,
più che divin voler, Fato perverso.
In terra io me ne volo, o voi dell’Ôre
famigliola volante; al mio germano,
che distinguer vi suole,
la mia biga darete;
ei la tempri, ei la regga
tanto solo che in cielo
il crepusculo al dì schiuda le porte,
e chiami lui l’Aurora
all’usata fatica.
Privo rimanga di mia luce il mondo,
ch’altro far non ne vaglio, Amor m’arretra.
Basta sol dire Amor, ch’egli si sia
e quanto ei possa sanno
il mondo, il cielo e chi ’l ciel tempra e regge.
Ardì già, mormorando infami note,
immobil farmi ancor tessala maga,
e, pronta a’ suoi mandati, al ciel furarmi;
ma non son questi, no, magici accenti;
strali son cui formò dentro all’inferno
Amor di propria mano, demone e mago;
e con quelli or mi tragge in terra a forza,
verace affermatrice,
a far più certa fé del suo potere.
Poc’anzi, oimè, sorgendo,
varcar luminosissima godea
dell’aria le vastissime campagne;
torbida ora cadendo
son de’ sospir nel folto nembo accolta,
onde posso ben dire,
a guisa che far suole
la dea ch’apre agli amanti aprile e maggio:
se Lucifero sorsi, Espero caggio. —
Qual su l’erbose già sponde d’Anauro
delle sue ninfe il coro,
menando in mezzo a lor danze e carole,
esercitar solea
or movendole al corso, et or con l’arco
a ferir cervi, ad atterrar cinghiali,
tal di purpurei socchi
velata il bianco piede,
con le chiome di mirto inghirlandate,
in Latmo Cinzia allor fe’ di sé mostra;
ma ben d’ogni splendor celeste priva,
altro lume, altra face
quel notturno sentier non le scorgea
che la fiamma vorace ond’ella ardea.
Gionta al brammato loco,
ove cortese il suolo
al sopito suo vago,
sotto rustica veste,
porgea d’erbe e di fior piume conteste,
chi dir potria che lingua
fôra a chiarir bastante,
misto d’un timor lieve,
qual le nascesse al cor diletto ignoto?
Più che di dea, più che di nimfa, allora
di sasso ebbe sembianza,
e ben, qual viva cote,
nodria d’occulto foco
ne l’algente suo sen calde faville.
Solo al garzone attende,
in lui fissa lo sguardo,
in lui toccan veloci
i suoi dolci pensier, l’ultima mèta,
e, fisica d’Amor, stassi osservando
l’alito del suo cor, de’ polsi il moto.
Alla bionda sua testa
del destro braccio ei fea
quasi vivo guanciale,
e dalla manco mano
ad or ad or gli uscia,
nel grave sonno immerso,
quel che strinse già desto acuto strale.
S’inchina Cinzia, e, vinta
dal soverchio desio,
tanto s’arriscia pure,
che dalla bella bocca
un sol bacio rapisce;
bacio prima soave,
ma poi vie più del fiele
velenoso ed amaro.
Segue il secondo, il terzo,
e brama, per baciare
vie più soavemente,
ch’abbandonato il core,
corra l’alma alle fauci.
Passa dal bacio al succhio,
e, baciando e suggendo,
co’ morsi il succhio a furiar l’irrita.
Pur timida s’arretra;
che talor non vorrebbe,
a lui rompendo il sonno,
di tanta gloria ella restar poi priva.
(O faretrato arciero, or che non puoi;
una dea d’un pastor rustico teme).
Tra sé mesta ravvolge
l’avverso suo destino,
et odiando se stessa, amando altrui,
per amar, per odiar dubbia vacilla.
— O baci, ella dicea,
baci nel cui dolciore
di nettare e di manna
i’ provo misti e la cicuta e ’l fiele.
O labbra avventurose,
radici umide e dolci
d’animati coralli,
in voi, ben io lo provo,
stabilito ha la gioia,
la gioia lusinghiera,
il suo più caro e più pregiato albergo;
ma, d’api irate in guisa,
cui franto dal pastore
sia l’amato ricetto,
s’avvien ch’avvida amante
un bacio solo ardisca,
d’Amor vinta, furarvi,
quai d’acuto velen misti, serpendo
gite tantosto a tormentarli il core;
da cui, partendo in bando,
lo spirto innamorato,
ancor che il proprio danno
conosca manifesto,
in voi pur, crude rose,
esule ricovrar stanco desia.
Oimè, sì velenoso
questo bacio m’adugge;
e pur, chi ’l crederia,
brama d’anco baciar l’anima mia.
Tutta strugger mi sento
d’un’amorosa vampa,
e non ha fisso ancora
in questi umidi miei
de’ suoi begli occhi la gemina lampa.
È dunque Amor novello,
che gli altrui cori impiaga,
e non vede, et è cieco.
Ma non è cieco Amor, cieca son io,
anzi, per più mia doglia,
troppo, ah pur troppo io veggio
nella mia cecitade, Argo amoroso.
Dispietata Ciprigna,
mai sempre a me nemica,
tu se’ d’ogni mio mal sola cagione.
Così, così crudele,
io me n’avveggo, ahi lassa,
del nipote Ateon fai la vendetta,
del nipote Ateon sopra il cui capo
non io, non mio volere,
ma l’ardir suo piantò corna ramose. —
Più dir volea, ma scosso
il bello Endimione
dal grave sonno al suon de’ suoi lamenti,
timido a lei girando
le sonnacchiose ciglia, in piè risorto,
— Qual, disse, error ti mena,
bella non so già dir se nimfa o dea,
per questa erta pendice,
ove altro suon non s’ode
che a’ latrati de’ can belar gli armenti.
Forsi se’ tu smarrita,
cacciando alpestre fera,
dall’altre tue compagne,
o per l’orror del bosco
di qualche soavissimo pensiero
vai notturna cibando avvido il core? —
E chi osservò giamai
la ’ve il Sol cade, in su ’l morir del giorno,
come ei cadendo veli
di porpora celeste il volto e ’l crine,
tale veduto avrebbe
non men la suora allor farsi di foco.
Ma poi con quell’ardire
che somministra a’ suoi
dal terzo cielo il temerario ignudo,
con interrotti accenti ella rispose:
— Smarrita son, poich’in me stessa in vano
cerco me stessa, e sotto un altro velo
scorgo dar vita altrui l’anima mia.
Cacciai fera gentile;
là giunsi, e non la presi,
anzi in virtù d’Amore
voluntaria mi fei sua prigioniera.
Or la fera se’ tu, bel pastorello,
che fatto hai del mio cor dolce rapina,
per cui poc’anzi andai spargendo e spargo
non più dirò sospir, lampi di fiamme;
né mi sdegnar, garzon, ché se non sai,
quella triforme dea, quella son io,
che Diana è ne’ boschi, in ciel la Luna
e Proserpina impera ai laghi Averni.
Per te poco curai compir gli uffici
a’ quali il gran mottor pria destinommi;
et a l’ultimo ciel puote sottrarmi
non di Tessaglia, ma d’Amor magia. —
Disse, e, nel dir, d’oblio sì strano i sensi
del giovinetto oppresse,
che, stupido, rimase
tra il sonno e la vigilia egli confuso.
Indi, resa più audace,
al tenero suo collo
fatta de’ bracci suoi molle catena,
con lusinghe e con vezzi
sen gio da lui mercando a poco a poco,
famelica d’Amor, l’esca del bacio.
Peroché il bacio allora
che da l’amato oggetto
sopra la bocca altrui dolce s’imprime,
come ben degno figlio
di sì degna del corpo e nobil parte,
suole quasi cibar l’anima amante;
anzi la bocca essendo
della voce stromento,
e questa ombra dell’alma,
qualora ad incontrarsi,
bacianti e baciatrici,
van labbra innamorate
in sì dolce unione,
traggon scambievolmente
a baciarsi tra lor l’anime ancora.
Baciò spesso succhiando
Cinzia, fredda non più, ma tutta foco,
mentre ne’ cari amplessi
lassa spesso morio;
e del bel pastorello,
della lizza d’Amor gionto alla mèta,
rintuzzarsi sentì co ’l fiato il bacio,
che poi, del caro anelito vestito,
a percoterle il cor fervido scese.
Bramò, se non eterna,
che quella notte fosse
a l’altra almen simìle
che il domator de’ mostri al mondo diede;
ma pur al fin temendo
far che de’ furti suoi ridesse il cielo,
dell’amoroso arringo,
lasciando il proprio cor da sé diviso,
partio, feconda il sen, livida il riso.

76. Itla: così nel testo. Resta il dubbio se si tratti di un errore di stampa o se il luogo geografico esista effettivamente. 158. s’odorate > l’odorate. 167. al quel > a quel. 268. grosso > posso. 277. cingiali > cinghiali. 295. nimfa: oscillazione. 395. nimfa e dea > nimfa o dea. 453. quallora > qualora.





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