Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Giovanni Capponi [1586 - 1629]

Da “Idilli” di AA. VV. [1610]
I
I bombici.

   Di quei serici vermi, onde prendete
così provida cura
ne le case paterne,
or che l’ora è sì calda,
caste figlie del Ren, vergini illustri,
e voi, nore feconde, udite i pregi,
il primiero natal, l’arte, i costumi.
Tutta a voi pur si deve
questa de la mia penna
comandata fatica.
E non fia vano in tutto,
bellissime nutrici
di questi pargoletti tessitori,
apprender da le note
di mano a voi, più ch’a se stessa, nata,
quanto di lor già disse
a l’amorosa dea
Saturno, alor che per Fillira ardea.
Muse, già voi non chiamo
a parte di quest’opra. Anzi m’udrete
preporre ai vostri imperiali allori
l’arbor che vide già là presso a Menfi
di Piramo e di Tisbe,
fedelissimi amanti e sventurati,
il caso infelicissimo e pietoso.
M’udrete dir ch’io bramo,
più che per voi di lauro,
portar per man di FLORA
cinto di gelso il crine.
Favoriscimi tu, bella d’Amore
vezzosissima madre;
tu cui prima nutrice
vanta questa ingegnosa
de le seriche fila
produttrice famiglia;
tu che prima insegnasti
a le belle fanciulle d’oriente
quanto poscia cantò sul Tebro altero
un canoro del Serio illustre cigno.
Porgimi tu soccorso,
cortesissima diva,
e se del morto Adone
cara memoria ancor serbi nel core,
fa’ per sì dolce amara rimembranza,
fa’, dea, fa’ che non sieno
di sì bella materia indegni i carmi.
Sì che l’EROE magnanimo e benigno,
cui Liguria gelosa
or a Felsina invidia,
senza sdegno e senz’ira
possa, or che la stagione
calda più de l’usato
a’ faticosi studi
per breve tempo il fura,
mirar l’affetto, onde ’l suo merto onoro,
in fronte a queste carte;
né sprezzi il picciol don: ch’io pur vorrei
illustrar col suo nome i versi miei.
Già Pallade ingegnosa,
in quella prima etade
quando il mondo fanciullo
ignudo anco sen giva,
tessuta avea, sol per celare altrui
le sue membra pudiche,
e di lana e di lino
una veste a se stessa.
E le più brutte dive,
sotto scusa d’onore,
coprir bramando agli occhi
de’ più prattichi dèi le lor bruttezze,
appresa aveano anch’esse
l’arte tanto aborrita
dagli occhi innamorati.
E già s’udia più d’uno
di quei giovani dii
lamentarsi talora
de la casta inventrice
de l’odiose tele, e maledire
ben mille volte il dì le gonne e i veli.
Quando Venere amante,
Vener la bella dea,
madre de le dolcezze e degli Amori,
a schifo avendo i lini,
erba vil de la terra,
e sdegnando le lane,
sordido vestimento
dato da la Natura
a le belanti gregge,
né volendo onorare
col ricoprirsi anch’essa
di que’ poveri panni
l’emula sua, che li trovò primiera,
ritiratasi in cima
de l’Idalo diletto,
volontario dal ciel si tolse esiglio.
E con le Grazie ancelle
e co’ figli fanciulli,
popolo tutto ignudo e tutto bello,
stette molt’anni ascosa
agli dèi de la terra e de le stelle.
Solo sen gia talora
con le belle Nereidi,
nude figlie di Dori e di Nereo,
per li più ascosi spechi di Nettuno
sul meriggio a diporto.
E ne la notte oscura,
in compagnia sovente
di Galatea, fugace iva scorrendo
sovra animato legno
il salso, ove già nacque, umido regno.
E ben potea sicura
dagli occhi de’ mortali
tutte correr alora
quelle lubriche vie;
poiché non anco avea l’ingegno umano
fatto scender dal monte
a fender l’onde amare
col dritto abete il pino.
Et era de l’audacia
de l’uomo alor confine ultimo e mèta
l’arena, in cui si frange
a lo spumoso flutto il fero orgoglio.
Ov’or ha chi sì poco il viver prezza,
che, lasciando la terra
data a noi da le stelle
per albergo sicuro,
cerca là per gli abissi
de l’ocean vorace
sepolcro avanti morte.
Sì ne vivea Ciprigna. E non osava
senza gonna mostrar le sue bellezze
al mondo, omai da l’uso
de le vesti vestito
d’una stolta credenza,
che vizio fusse il discoprirsi ignuda;
e più tosto volea
dal commercio degli altri,
abitator del cielo,
viver sempre lontana,
ché dir potesse mai Pallade altera:
«Pur de’ miei stami adorna
è Citerea lasciva». O quante volte
l’oriental murice
l’offerse il proprio sangue
per colorir, per abbellire i velli
de le agnelle di Cipro,
per farne al nobil corpo
non volgar vestimento.
Ma pertinace pur nel suo volere,
immobile, immutabile mai sempre,
là negl’idalii boschi
stette; e forse bramata
lunga stagione in vano
la bella genitrice dei piaceri
avrian le sfere amiche,
se non ardea d’amor Saturno il vecchio.
Ascrivan pur a te, nume cortese,
né sia già chi ti furi
la gloria di sì bella
opra. Tu primo fusti,
alor che dietro a Fillira ti vide
nitrir sotto altro aspetto
ogni bosco di Pelio, ogni pendice,
ch’a Venere insegnasti
de’ pargoletti bombici i secreti.
Arse gran tempo indarno
per Fillira la bella
di Giove il vecchio padre. E non sapea
quanto si disconvenga
a leggiadra fanciulla amante antico.
Tutto fe’, tutto disse
per render molle il cor protervo e duro.
Ma nulla fece al fine;
ch’Amor in van si cerca
con argentato crin, con piede infermo.
Pur de l’Idalia diva, a cui ricorse,
i providi consigli
fêr sì che, per inganno
allettando la ninfa
sotto mentita forma
di bellicoso e nobile corsiero,
sommerse ogni memoria
de’ passati tormenti
in un mar di dolcezze e di contenti.
Onde per non mostrarsi
ingrato e sconoscente
il nume innamorato
a la cortese sua benefattrice,
minutissimi semi,
ond’arricchito avean povero lino
i serici animali,
tolse; e torse il viaggio
ver’ le beate cime
del monte in cui vivea
con l’ignudo suo stuol la bella dea.
Sul verdissimo suolo,
entro un bosco di mirti,
trovolla che dormiva ignuda e sola,
e de le sue bellezze
stupide ammiratrici
eran sol l’aure e l’ombre.
O qual vide spettacolo giocondo,
quanti oggetti piacevoli e soavi
in quelle nevi addormentate e belle,
e ben degno li parve
d’invidia il fabbro affumicato e nero
per membra sì leggiadre.
E ben giudicò solo
sol quel bel corpo degno
d’aver prodotto Amore.
E ben le lane indegne
stimò di ricoprire
quel vivace alabastro,
di stringere quel fianco,
di premer quelle mamme
candidissime e belle.
Ma non fu lungo il sonno,
ché Vener et Amore
dormon di rado; e brevi
sono i riposi loro.
Desta la bella nuda,
e visto a primo aspetto
spettator suo bello
canutissimo vecchio,
mezza ancor sonnacchiosa
volle fuggir sdegnata. E preparava
già le parole a l’onte,
quando, con un sorriso
domestico et amico,
così ruppe il silenzio il nume antico:
— Questa chioma canuta,
questa barba d’argento,
o de le dee più belle
bellissima Ciprigna,
non vengon no, non vengono nemiche
a’ tuoi sicuri e placidi riposi.
Dèstati, e riconosci
omai, diva cortese,
di Fillira l’amante
per opra tua felice;
e de’ contenti avuti,
mercé de’ tuoi consigli,
ricordevole e grato.
Questi semi che vedi
in questo lino accolti,
semi non sono già poveri e vili.
Di vermi tessitori
sono, o bella del mar figlia e grandezza,
fecondissimi semi.
Là dove nasce il Nilo,
il Nil ch’ha la sua fonte in paradiso,
già nove lune son ch’io li raccolsi.
Quivi un’età de l’oro
viveano questi vaghi
bombici preciosi.
Et al lor bel lavoro
favoriva quel ciel non mai turbato,
quel temperato cielo,
quel sol tepido e quella
aria serena e pura.
E ben so che con odio,
da indi in qua, mi vede
quel giardin di sì ricca
prole da le mie mani impoverito.
E m’offerser le ninfe anco pur dianzi
di quel beato loco
quant’io chieder sapea
per cambio di tre soli
minutissimi globi
di questo seme avventuroso e caro.
Or per mercé di quante
dianzi per tuo consiglio ebbi dolcezze,
da la settima sfera,
di cui tengo il governo,
qui scesi sol per arricchir te sola
di sì caro tesoro.
Da queste picciol uova
in breve uscir vedrai
popoli industriosi
di vermi, le cui bave
ti porgeranno stami
da tesser vesti a punto
degne de le tue membra.
E potrai con invidia
de la superba Palla
farne pompa nel cielo.
E più de le sue lane
saranno in breve a le fanciulle amanti
care le ricche tue seriche fila.
E te conosceranno
per prima trovatrice
d’artefìci sì cari
tutte le giovanette innamorate.
Prendi tu dunque in cura,
o vaga Citerea,
sì fortunata gente,
e de’ costumi suoi la norma apprendi
da questo foglio, in cui
tutti descrissi i riti
del serifico stuolo,
che me richiama altrove
l’amorosa mia cura
de l’amica Tessaglia a le bell’acque. —
E, così detto, alfin partendo tacque.
Da indi in poi si vide
lunga stagion preporre ai mirti i gelsi
la vezzosa Ciprigna.
E l’Idalo talora
mirò con occhio stupido la dea
piantar di propria mano
quegli alberi felici;
de le cui belle frondi
ella stessa nutriva
la roditrice plebe.
E fu nel tempo stesso
quando lo stuolo alato
de’ pargoletti Amori
si fêro sfrondatori;
quando le Grazie anch’elle
per li gelsi vagando,
intente a coglier le pregiate foglie,
fûr lascivo spettacolo tal volta
ai Satiri selvaggi.
Si vide alor da prima
vestita l’amorosa
dea de la terza sfera,
che sol degnò coprire
di sì nobili stami
le sue morbide membra.
E dopo il lungo esiglio,
tra gli dèi comparendo
di quegli abiti adorna,
fu da quell’altre dive
con invidia mirata;
e Palla invan bramò fila sì belle.
O quante volte, o quante, e con qual arti
tentò costei, per odio,
da l’invidia concetto,
contra quella setifera famiglia,
tentò già d’annullare
quell’innocente greggia.
Et osò di vestir finto sembiante
un dì, per ingannare
la semplice custodia degli Amori.
Mentre un giorno a diporto
era col dio de l’armi
là negli orti di Gnido
la diva innamorata,
ne l’ora a punto quando
la noiosa cicala
sotto il caldo meriggio
invita a la fresc’ombra
il pellegrin già tutto
umido di sudor, carco di polve,
alor che ’l sole a piombo,
quasi quadrella ardenti
vibra i raggi infocati
nel sen de la gran madre,
e l’erbe e i fiori ancide,
alor la dea maligna,
inventrice del lino e de le vesti,
deposto il proprio aspetto,
arò di crespe il volto,
spogliò d’ostro e di perle
l’ingannatrice bocca;
tolse le nevi al seno e dielle al crine;
e sovra debil legno
appoggiando l’antico
fianco, a voi presentossi,
o volanti fanciulli,
mentre eravate intenti
a vagheggiar nel sonno anco sepolti
i bombici materni;
e voi credendo a quella
mendacissima lingua,
del liquor de le sue,
per lor mal nate, olive,
asperger le lasciaste
la sonnacchiosa turba,
stimando (ella il dicea)
vederli tutti in breve
tesser le fila d’oro.
Ben s’accorse Ciprigna,
tosto che vide i miserelli alunni,
del grave irreparabile suo danno,
e ben vide che vana
era, per aiutarli, ogni fatica,
che per quanto leggeva
nel foglio di Saturno,
più che l’atro aconito
noce quel rio liquore
a lo stuol tessitore.
Tutte l’arti fûr vane
per ritenerli in vita.
Nulla valse di Cipro
l’odorato Lieo;
nulla giovò la medica virtute
de l’assenzo amarissimo; che ’n breve
orrida peste e fera
tutta a Dite mandò, fuor di speranza
di succedente prole,
la numerosa schiera
de’ serici ingegnosi.
Ahi quante belle lagrime spargesti,
vezzosa Citerea,
quante da la tua mano
sentîro i tuoi leggiadri pargoletti
dolorose percosse.
Quante volte pietose
fêsti de la tua doglia
pianger le selve d’Idalo e le rupi
al suon de’ vaghi tuoi dolci lamenti.
E, con mesto sembiante,
ben cinque mesi e cinque
ir ti vide dolente
il destr’occhio del Cielo.
Ma Saturno, l’antico
trovator di que’ primi,
da Temi ammaestrato,
da la più bella mandra
che si pascesse in Cipro
scelse il più nobil tauro.
Venti soli continui e venti lune
pasciutolo di frondi
de l’arbore di Tisbe al fin l’ancise;
da le cui putrefatte
ossa (o stupor del cielo e di natura)
ebbe Vener di novo
i preziosi suoi serici alunni;
di cui, cauta, si fece
più gelosa nutrice.
E Giuno invidiosa,
pur congiurata anch’ella a’ danni loro,
a la tenera ancor picciola prole
con importuna pioggia
bagnò l’esca frondosa
più d’una volta in vano;
ché la prudente diva,
che n’avea cara cura,
conoscendo qual fôra
periglio il porger loro umido il cibo,
prevedendo il futuro
turbamento de l’aria,
con gli Amor, con le Grazie
talora anch’ella ascese
per li gelsi a spogliare
i flessibili rami;
e, provida, le stanze
del suo reale albergo
empì di verdi fronde.
Tentò l’Aurora stessa,
bella scorta del Sole,
mentre cresceano a gara i pargoletti,
avvelenar col pianto
pur quelle care lor tenere foglie,
alor ch’in oriente
piange le morte stelle.
Cercò più volte ancora
Pomona, avanti tempo
maturando le more,
che miste con le frondi
cogliea la sfogliatrice
turba de’ figli alati e de l’ancelle,
tentò, dico, infettare
di contagio infelice
la già matura turba.
Ma fûr vani i disegni;
ché la saggia nutrice
tutti alor n’estraeva,
mercé di rete assai capace e rara,
i mortiferi frutti.
Volle chi che si fusse, o diva o dio,
ancor, mentre l’industre
popolo a pena ordia
sovra l’aride scope
i suoi ricchi lavori,
a le degn’opre opporsi.
Poiché notturno il topo,
spinto da man nemica,
entrar osò con temerario ardire
fra l’orditrice schiera.
Ma dentro ferreo carcere, fatica
de l’ingegnoso fabbro
marito de la bella Citerea,
sciocco se stesso chiuse;
et ebbe de l’ardir degno il castigo.
Freddo mai non offese
la squadra tessitrice,
poiché su l’erto capo
de l’Idalo felice
freddo salir non osa;
fumo non sentì mai,
o matura o crescente;
né di maligna vecchia
o fetido respiro
o fascinante sguardo;
né strepito di corni. E se talora
venne Marte a mirare
i suoi belli artifici,
senza tromba sen venne e senza suoni.
Lasciò Mercurio ancora,
qualor tratto vi fu da curioso
desio di vagheggiarli,
in altra parte il suo crestato augello.
Onde, malgrado pur di tante dive
nemiche invidiose,
tutta arricchissi al fine
di quei serici globi
la divina nutrice.
Di cui parte, disfatta
in fila sottilissime, diversi
fabbricâro le Grazie
per la bella regina e manti e veli,
parte serbâro ad uso
de la futura stirpe;
e di tutto lo stuolo
i più ricchi e i più belli.
Né poté il Sol nemico
col soverchio calor, col raggio ostile
nocer punto a la speme
del bell’april futuro;
poiché rinchiusi in sotterraneo albergo,
dopo la nona aurora
uscir vider gli Amori
di ciascun globo un animal volante,
e n’ebbe la gran dea di novo i semi.
N’ebbe la diva i semi;
né sdegnò di covarli
nel proprio seno ogn’anno
tra le calde sue nevi,
tosto che senza corna,
lucida più che mai, Cinzia vedea
al bianco gelso tenera la fronde.
Et in vece del gelso,
che tardò spesso a rivestir la chioma,
sfogliò talor da prima
anco de l’olmo altier l’ultima cima.
E di sì bel tesoro,
a scorno pur de l’emule sue dee,
tutte arricchì le ninfe
de l’indico oriente;
e fûr da le più nobili e più sagge
lasciate, per vestir seriche gonne,
le già gradite lane.
Onde le belle pecore di Tiro
portâr più de l’usato
lunga stagione i velli,
che mercatante eoo,
con tal merce tornando al patrio nido,
temuto il paragone
avria di quelle seriche fatture.
Fûro l’indiche donne
le primiere nutrici
che da te, vago nume di Citera,
ebber sì nobil dono.
E fama è non incerta
che quando a lor già desti i primi semi
de’ gloriosi vermi,
a nobile drappello
di vergini pudiche
scopristi ogni secreto
di quanto scrisse il Vecchio donatore.
Solo le belle figlie
di Doride, fra tutte
le tue vergini amiche,
indarno molti mesi
da la tua man benigna
sì prezioso dono
attesero sperando.
Onde poi congiurâro
col lor salso liquore
contra la debil vita
de’ bombici infelici.
Da le vergini eoe
indi a molti e molt’anni
fu chi n’apprese i riti e n’ebbe il seme;
e fe’ l’Italia ricca
di sì cari animali.
E dopo un lungo corso
di lustri, o bello e degno
ornamento di Felsina amorosa,
amorose fanciulle,
un alunno di Pindo,
primo onor del fecondo e bel terreno,
ove col Serio l’Adda
al monarca de’ fiumi
rende il debito omaggio,
fu sì di questi pargoletti industri
cortese amico e grato,
ch’a nobil donna, a cui
soggiacea la città del Mincio altero,
a real donna e grande,
genitrice d’eroi,
scrisse di lor, com’io ne scrivo a voi.
Così ne le noiose
ore del caldo giorno,
per compiacere a chi servir bramava,
con le chiome di gelso inghirlandate,
ne’ ricchi di Laurindo illustri alberghi,
non lungi da le mura
de la città del Reno,
cantava scioperato un dì SIRENO.




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