Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Carlo de' Dottori [1618 - 1686]

Da “Le Ode” [1664]
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La cometa. Al signor cavaliere Fra Ciro di Pers.

   Qual re minacci? a qual superba testa
portendi alte ruine,
o spavento de’ troni, orrida stella?
Di tua chioma funesta,
per la Notte men lucida e men bella,
teme l’egizio luminoso crine;
vuol nell’onde vicine
Elice pur tuffarsi, e ’l pigro dorso
quasi i lenti Trion stendono al corso.
   Fra l’attonite stelle il carro spinge
stupefatta la Luna,
e rassicura le tremanti appena.
Da sé intanto rispinge
l’ignota lampa il ciel, che la serena
luce natia d’impure fiamme imbruna.
Or che pensi, o Fortuna,
mentr’ella in aria orribilmente pende
e ’l mondo i moti tuoi pavido attende?
   Va’ pur, abbatti un soglio, i muri svegli
d’una città robusta,
muta a tua voglia le provincie e i regni,
ch’uomo volgar non scegli
per altissimi casi. I grandi sdegni
non tuonan mai d’intorno a casa angusta.
Con man di palme onusta
a scoter l’uscio vil Cesare è surto
ecco d’Amicla; e regge l’uscio all’urto.
   Dormia la poverà nuda e sicura,
sotto fragili canne,
su letto d’alga in quel tugurio umìle.
Vedete, itale mura,
che scorno è ’l vostro! Or quando mai più vile
parravvi il paragon delle capanne?
O di stelle tiranne
violenza crudel! L’arte, la fede,
il nerbo altier delle città gli cede!
   Trema al braccio di Cesare lontano
la stessa invitta Roma,
trema al vicin tumulto Olimpo ed Ossa!
Dalla cesarea mano
te sol, casa plebea, quantunque scossa,
la man che abbatte le città, non doma!
Piovono su la chioma
dell’escluso monarca in varie forme
mille cure frattanto; e Amicla dorme.
   La sospirata placida quiete
deh mira ove riposi
con sicurezza e dove alberghi, o Ciro.
Per lei nascer comete,
fieri nunzi di morte, ah ch’io non miro,
né dar voci notturne i boschi ombrosi,
né fulmini oziosi
uscir da vacuo ciel, né marmi cavi,
ululando, lasciar l’ombre degli avi.
   O che ’l foco ribelle Etna disperga
sovra i campi sicani,
e goda il ciel fumoso aria tranquilla,
o sanguinose ch’erga
Cariddi l’onde, o che riempia Scilla
di flebili latrati i fieri cani,
prodigi per lei vani,
per lei vani timori, ella non gli ode.
Di canna e giunco si ricopre e gode.
   Di rapir le risposte a lei non cale
da vergine presaga,
togliendo a forza i loro arcani ai dèi,
né fa ’l varco fatale,
con terror di Natura, unqua per lei
l’anime ripassar tessala maga.
Brama poco, e s’appaga
di tanto preveder, quanto provvede
alla vita innocente. Oltre non chiede.
   Ciro, se ben non mi fa sacro tetto,
contro l’ire inclementi
di Fortuna crudel, canna palustre,
non ho però sospetto
ch’ostinato furor di stella illustre
turbi l’ignote mie calme innocenti.
Non san gli astri lucenti
ch’io mi viva quaggiù. Tacito e basso,
sconosciuto o scordato, i giorni passo.
   Fra ’l volgo delle stelle, oscura e ignota,
forse la mia sen giace
inoperosa; ed io mi vivo intanto.
Forse, che se più nota
splendesse a’ giorni miei, cangiata in pianto
sospirerei la mia sì cara pace.
Questa sorte mi piace;
né a bramarla maggior m’ha peruaso
o fama d’opre o nobiltà di caso.
   Chiuderò i giorni miei senza alcun grido;
né fia d’uopo che vegna
stella crinita a presagirmi il fato.
M’aspetta il comun lido,
ombra comune. O per l’allor donato
fra l’anime plebee, solo più degna.
Sol questa sacra insegna
distinguer puommi, e non v’ha parte alcuna
il favor delle stelle o di Fortuna.

66: ‘ai dèi’, così nel testo.





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