Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Marcello Giovanetti [1598 - 1631]

Poesie [1622]
Canzoni
5
In nozze degli signori Leonida Malatesta e Deianira Coppoli.

   — Non più roza beltà, povero ammanto
ti caglia, Euterpe mia; negletta, muta,
resti là fra’ pastor la tua cicuta,
che fra loro ebbe di dolcezze il vanto.
   Che se cantar di peregrini amori
onorato desir l’anima ti punge,
cotanto alto di quella il suon non giunge:
sprezzansi infra le cetre i suoi stridori.
   Ergi dunque lo stil, rischiara i carmi,
e canta meco al suon di tosca lira
due alme accese in amorosa pira,
di nobil coppia in un gli amori e l’armi.
   Canta di lui ch’il glorioso nome
di LEONIDA trasse invitta prole
di CARLO, al cui valore è lieve mole
render le forze infide oppresse e dome.
   Sallo il gallico Rodano, ch’ogn’ora,
chinando il corno a’ gravi imperii sui,
rendesi formidabile altrui,
e novo Idaspe le sue arene indora.
   Ma tu, di padre tal figlio ben degno,
da cui l’Italia desiosa attende
serie chiara d’eroi, dovunque stende
l’ondose braccia sue l’umido regno,
   lascia l’armi da canto, e lunge omai
sian de le trombe i fremiti feroci;
sol opra in vece lor tenere voci,
cari sdegni, onte dolci e dolci lai.
   Ecco lieto Imeneo con santo laccio
a donna no, ma a mortal dea ti stringe.
Forse ti sembrerà rigida Sfinge,
ma al fin, punta d’Amor, cadratti in braccio.
   E se ella pur di sdegno inostra il volto,
e par ch’a’ preghi tuoi s’inaspri e indure,
armato di dolcissime punture
stassene Amor fra quelle rose accolto.
   Così l’api ingegnose unite e strette
per liete valli o per fioriti prati,
a custodire i dolci favi aurati
oprano pungentissime saette.
   Non ceder tu, ché le natie durezze,
le rigide repulse a donna inerme
son troppo scarsi aiuti et armi inferme,
né vaglion contr’Amor sì frali asprezze.
   E tu, cui tanto il ciel benigno arride,
vergine Deianira, appo cui cede
l’altra, ch’a le sue guerre ampia mercede
con Acheloo già si propose Alcide.
   Da lui non fuggir no, lungi in disparte,
non men d’Alcide invitto e generoso,
è Leonida altero, il regio sposo,
in cui vanno del par Minerva e Marte.
   E se di palme o pur d’allori e d’ostri
sia de la stirpe sua ferace il grembo,
e s’ei stendea dal Rubicone al Brembo
il vasto impero suo, gloria dimostri.
   Gloria tal, che, spiegando illustre volo
per l’italico ciel, di nobil grido
empie l’arsiccio e l’aghiacciato lido,
e passa altera ogni remoto polo.
   Ardano dunque omai perpetue faci
d’entrambi i cori e le perpetue salme;
e stringan più tenacemente l’alme
groppi di dolci et iterati baci.
   Fra i vezzi e fra i dolcissimi sospiri
venghi or vermiglia or pallida la faccia;
sian per gli amplessi livide le braccia,
coi sospiri de l’un l’altra respiri.
   Ecco già chiusa in tenebroso velo
sorge la Notte al solito lavoro,
per ricamar là su con fila d’oro,
novella Aracne, il manto azurro al cielo.
   E già d’intorno al talamo festivo,
intenti a’ dolci et amorosi studi,
stanno attendendo gli Amoretti ignudi
con Citerea più bella altro Gradivo. —
   Sì disse Aldino in su le sponde erbose
del Tronto altero, e da l’opposte arene,
voci alternando di dolcezze piene,
con intiera favella Eco rispose.

[Argomento]: ‘degli’, così nel testo.





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