Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Marcello Giovanetti [1598 - 1631]

Poesie [1622]
Canzoni
3
L’Aquila messaggiera. Per le nozze del prencipe di Sulmona e donna Camilla Orsina.

   Là sopra al primo ciel, che con poch’ore
l’orbe suo rapidissimo raggira,
dal cui moto ogni sfera inferiore
il moto tragge, e da l’opposto gira,
e in tal guisa le volge il lor motore,
che suon ne forma di temprata lira,
con quel guardo ond’i cieli apre e disserra,
quasi un punto mirò Giove la terra.
   Egli siede in un trono ove s’ascende
per cento gradi di diamante schietto;
è chiaro il trono, ma più chiaro il rende
la luce del suo viso, i rai del petto.
Sovra la chioma d’oro alto risplende
di pure fiamme un bel diadema eletto,
e con la man, ch’il mondo urta e percuote,
grave scettro immortal sostenta e scuote.
   Su quattro incorrottibili pilastri
posa l’eterno soglio il grave incarco,
e quindi in su di candidi alabastri
s’apre meraviglioso e splendid’arco,
che di spoglie pendenti in aurei nastri
mirasi tutto effigiato e carco,
e fanno intorno al luminoso seggio
mille fanciulli alati alto corteggio.
   Egli in mezo s’asside, e d’ambo i lati
fanno i minori dèi cerchio e corona.
Qua spiega Apollo i suoi capegli aurati,
colà il flagello rigido Bellona;
qua Citerea con gli Amoretti alati,
colà Marte fra l’armi irato tuona;
preme ei con l’un de’ piè Morte importuna,
calca con l’altro poi Fato e Fortuna.
   Or quindi il Tebro ei vide, e vide unite
tutte le meraviglie in questa parte,
ove egualmente mover può la lite
per l’imperio fra lor Natura ed Arte.
Mirò terme, teatri, ed infinite
pompe d’eccelse moli e d’armi sparte.
Ma qui s’offrîro poi, fra gli altri eroi,
meraviglie più belle agli occhi suoi.
   È MARC’ANTONIO, l’un di cui non have
più nobil pegno la romana sede;
nipote a lui che de la sacra nave
celeste Tifi al gran governo siede,
il cui costume affabile e soave
fa de l’animo bel sicura fede;
e mentre egli del senso i lacci aborre,
con giudizio senil gli anni precorre.
   CAMILLA è l’altra, in cui raccolse e strinse
mille sparse bellezze il Zeusi eterno;
lucido sol, cui nebbia mai non tinse,
vermiglio fior, cui non s’oppose inverno.
Quanto di raro mai la Grecia finse
nel gran parto di Leda, in questa io scerno,
di cui, fra quante belle accoglie e serra,
miracolo maggior non ha la terra.
   Ambi Giove mirogli, e sentì ancora
sorger ne la sua mente alto desire
d’innestare i gran tronchi, onde l’Aurora
più bel nodo di questo unqua non mire.
Gradì il pensiero, e senza altra dimora
il volle in un istante anco eseguire,
onde rivolto a la volante ancella,
ch’ha i fólgori ne l’ugna, alto favella:
   — Cara ministra mia, s’io già ti diedi
de le pennute torme il sommo impero,
e se già sovra il ciel, come tu vedi,
t’ordii di stelle un bel diadema altero,
or vanne giù da le superne sedi,
trova la bella sposa e ’l gran guerriero,
e di’ in mio nome lor che il Fato vole
ch’un nodo stringa una Fenice e un Sole.
   Di’ lor che con insoliti favori
festoso applaude a sì gran nozze il cielo,
e che promette a loro aurei splendori
per molti lustri il biondo dio di Delo.
Di’ lor che non potrà sì puri ardori
ammorzar crudo sdegno o freddo gelo,
ma saran sempre, ardendo in fiamme eguali,
salamandre d’Amor, dolci pirali.
   E tosto fia che di corona e d’ostri
abbia gravido il sen la bella ORSINA;
e vedrem tempestosa ai tracii mostri
l’ORSA dal polo minacciar ruina,
esporre da’ suoi materni chiostri
sovra umano valor beltà divina,
ond’avranno il trionfo in ogni parte
armato e inerme Amor insieme e Marte. —
   Così diss’egli, e l’aquila messaggia,
ch’altre volte su ’l drago il vol ritenne,
mentre il ciel l’apre il varco, e non l’oltraggia
quel foco di là su, ratto sen venne,
e, per la via di latte, in ver’ la piaggia
ch’il Tebro bagna dirizzò le penne.
Qui, visto il gran BORGHESE e l’alta ORSINA,
disegnava di far nova rapina.
   Così bello le par d’antrambi il riso,
e così gli atti lor leggiadri e schivi;
ma vide poi da l’uno e l’altro viso
uscir di maestà raggi sì vivi,
ch’esser anco le sembra in paradiso,
ove Giove lasciò con gli alti divi;
onde, il folle pensier posto in oblio,
i decreti del ciel tutti gli aprio.
   In tanto Giove da l’etereo soglio,
de l’armigero suo l’opra mirando,
con penna adamantina, in aureo foglio,
scrisse sì degno nodo e memorando,
nel fabricar di cui l’odio, l’orgoglio,
il dolore e lo sdegno ebbero il bando.
Vi fûr presenti sol, con groppi e faci,
i casti amori e le tranquille paci.
   Non volle già che Venere impudica
con le lascivie sue quivi giungesse;
vi fu la dea de le scienze amica,
che ghirlande d’oliva a’ crini intesse,
fuvvi colei de la dorata spica,
e pronuba Giunon venne con esse.
Poi, sgombrato de’ nubi il fosco velo,
Giove tonò da la sinistra in cielo.
   Anco di Marc’Antonio il core accese
la reina del Nil con aurea face,
ma ceda ella a l’ORSINA, egli al BORGHESE,
che troppo fôra il paragone audace.
Se vantan essi l’onorate imprese
fatte dagli avi esperti in guerra e in pace,
vantan costor, fra pompe illustri e rare,
scettri, mitre, corone, ostri e tiare.
   S’ella spiegò con barbaro ornamento
nave d’inestimabili tesori,
ove l’ancore e i remi eran d’argento,
il soglio e ’l trono d’ebani e d’avori,
ove qual dea sedeva in mezo a cento
ancelle ignude e lascivetti Amori,
e con seriche sarte erano avvinte
vele di fina porpora dipinte,
   costei, che di natura i privilegi
apprezza sol quanto onestà sen cinga,
non vol che l’arte, con mentiti fregi,
d’ostro la guancia e d’oro il crin dipinga,
ma brama sol che con illustri pregi
pudicizia real l’alma le stringa;
così talor di sua virtù rinchiusa
vergognoso rossor le doti accusa.
   Per certo che non può paragonarsi
femina di Canopo a dea latina.
De l’una i fregi son negletti e scarsi,
l’altra ad eccelse glorie il ciel destina;
l’una, fra cene grandi e vini sparsi,
fece del cor d’Antonio alta rapina,
l’altra, quanto gentil, casta non meno,
ad altro eroe del Tebro impiaga il seno.
   In tanto, avendo stretto il dolce laccio,
l’AQUILA MESSAGGIERA al ciel sen riede,
e de l’armi di Giove il grave impaccio
ella ripiglia ne l’adunco piede;
poi colà presso al folgorante braccio
del suo sommo signor si posa e siede.
Ed ei rivolto ai due congiunti eroi
in tal suono divolga i detti suoi:
   — Vivete pur felici, anime altere,
in sì bel nodo lunga serie d’anni;
i vostri amor, le vostre glorie vere
a l’antarico ciel spieghino i vanni;
qui non fia mai che le rotanti sfere
vi minaccin là giù tenebre e danni,
ché per voi non ha il ciel astro maligno;
fiavi Saturno umìl, Marte benigno.
   La stella mia ne la più degna e bella
stanza del ciel sol vi promette onori;
con fortunati rai Venere anch’ella
sempre sarà rivolta ai vostri amori;
ogni face del ciel, ogn’aurea stella
vi guarderà con candidi splendori;
solo per voi vedrassi oscura e bruna,
tinta d’atro pallor, la tracia luna. —
   Così diss’egli; e in quelle parti e in queste,
mentre il sovrano ciel rapido gira,
guida ogni orbe là su danza celeste
a l’armonia de la perpetua lira;
e, dato bando ai nembi, a le tempeste,
più luminosa face il Sol raggira;
e l’AQUILA legò, su ’l ciel trascorsa,
con catena di stelle il DRAGO e l’ORSA.

31: morte > Morte. 36: natura > Natura. 59: de innestare > d’innestare. 71: fato > Fato. 117: fuvi > fuvvi. 140: le > la. 173: ogn’aura > ogn’aurea. 176: traccia > tracia.





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