Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Marcello Giovanetti [1598 - 1631]

Poesie [1622]
Canzoni
2
Alla santissima Casa di Loreto.

   Mio cor forsennato, che sin ora,
per intricate vie,
entro selva d’incanti errando gisti
dietro fallaci, insidiose Arpie,
e del tuo danno ognora
fêsti sì vili e così folli acquisti,
cangia consiglio, e strade omai più fide
calca con destro piè, novello Alcide.
   E se finor per oceano infido
furon tue scorte e duci,
fra oscuri nembi e rapide tempeste,
di terrena beltà torbide luci,
per trovar sponda o lido
al tuo dubio camin stelle funeste,
fuggi il perfido mar, ch’entro quest’onde
mostri e sirene e scogli e sirti asconde.
   In quella parte al ciel diletta e cara,
là fra ’l Tronto e l’Isauro,
sorge di parii marmi eccelsa mole,
cui pareggiar non puote alcun tesauro,
né pompa altra più rara;
e non mai vide in ciel girando il sole
più di questa al Fattor stanza gradita,
onde l’uomo mortal trasse la vita.
   Paradiso novel, cielo secondo,
regia sacra e beata,
che sovra terga gloriose a volo
fu su ’l Picen dagl’angeli traslata.
Gloria maggior del mondo,
miracol de la terra unico e solo,
con le cui mura fortunate e belle
volse l’eterno Dio cangiar le stelle.
   Ora questa beata, alta magione
sia l’amica Arianna
per torti laberinti al tuo viaggio;
questa, nel mar ch’altrui sovente inganna,
qual Ero dal balcone,
ti scoprirà de le sue grazie il raggio,
dal cui chiaro splendor guidato e scorto,
dal naufragio d’Amor tu giunga in porto.
   E se pur brami d’amorosa arsura
esser ésca e ricetto,
cupido amante di bellezze eccelse,
quivi di pura fiamma arda il tuo petto;
ché queste sacre mura
l’eterno Amore per sua regia scelse;
fu quivi il sommo bello in fasce avvolto,
qui, con MARIA, fu ’l paradiso accolto.
   E se ti cale di ricchezze e d’ori,
e di preggiate gemme,
entro le benedette alme pareti,
più che non son ne l’indiche maremme,
sono accolti tesori,
co ’l cui prezzo tu puoi (né fia chi ’l vieti),
fatto già ricco d’amoroso zelo,
feudatario di Dio, comprarti il Cielo.
   O se ti punge ambiziosa voglia
di porpore, di bisso,
e di scettri e di onor, di mitre e d’ostri,
su carro d’umiltà, del crudo abisso
riporterai la spoglia,
e, fugati di Stige i neri mostri,
di aurate stelle avrai su per l’adorno
Campidoglio del ciel corona intorno.
   Il famoso Giordan non più si vanti;
ché s’entro le chiare acque
il sempiterno sole egli raccolse,
qui pargoletto infante in cuna giacque;
là sparse sangue e pianti,
qui con piacer la balba lingua sciolse;
qui tutto bel, colà sanguigno e tetro,
ebbe quivi la culla, ivi il ferètro.
   Or alma mia dentr’al sacrato tempio
avanti al simulacro
de la gran Madre Vergine divina,
fatto di pianto un limpido lavacro,
ogni perverso ed empio
pensier messo in oblio, l’imago inchina,
e su l’altare offra le faci Amore,
fumo i sospiri et olocausto il core.
   Canzon, perché non lice
calcar con sozzo piè candide soglie,
vanne; ma, di desir celeste accesa,
resta per voto in su le porte appesa.

49: o di ricchezze > di ricchezze.





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