Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Marcello Giovanetti [1598 - 1631]

Poesie [1622]
Canzoni
1
Monte Calvario. Idilio sacro.

   — Non lunge da le sponde,
che con umide labra,
lento aggirando il piè, bacia il Giordano,
il famoso Giordano,
che su l’eccelsa fronte
del monarca del cielo
versò i suoi puri e liquidi tesori,
alza quivi la chioma
monte per sacra fama al mondo noto,
sott’il cui pondo oppresso
non Encelado, no, freme e s’adira,
ma di sdegno la Morte arde e sospira.
Da questo monte altero,
quasi dal sommo soglio, il Giove eterno,
ministrandogli i fólgori immortali,
l’aquila sua diletta
tonò sopra i giganti
del ribellante e mostruoso inferno.
Questo monte è la scala
per cui l’uomo mortale
al sovrano motor lieve sen poggia.
Questo monte nasconde
ne le più interne vene
del suo grembo fecondo aurate mine,
col cui prezzo quagiuso il pio fedele
da l’eterno Signor compra le stelle;
a questo monte altero
riverente ed umìl china la fronte,
qual più s’inalza al ciel, tessalo monte.
Colà dove s’aggira,
co ’l suo tumido corno, il Nilo ondoso,
non più si vanti Atlante
che su ’l finto suo dorso
si riposin le stelle, e ch’ei sostegna
saldamente del ciel l’eterno incarco,
ché questo sol fu degno,
inalberando a l’aure
il segno riverito in paradiso:
sostener lui, che la celeste mole
trasse di nulla, ed al cui cenno solo
si scuote il mondo, e ne’ tartarei chiostri
impallidisce il dio de l’ombre eterne.
Questo è quel ponte glorioso e sacro
che per opra divina
del sublime architetto
mirabilmente unisce
a l’altezza del ciel la bassa terra.
Su questo monte aperse
il trafitto GIESÙ
da le braccia, dal petto e da le piante
d’animati rubin cinque torrenti,
et ancor cento rivoli fumanti
di porpora sanguigna
da tutt’il corpo offeso,
sol per lavar co ’l prezioso umore
le sozzure de l’alme.
Questo versando fuori
Mongibello inesausto
da le più cupe viscere profonde,
quasi d’alte fornaci incendii e vampe,
che ne l’aspra sua morte
l’innamorato Redentor v’accese,
l’alme chiama, ed invita
a divenir in sì vivaci ardori
salamandre d’Amor, dolci pirali.
Questo monte è l’altare
ove, sol per placare il giusto sdegno
che contra i nostri falli
a vendetta sforzava il Padre eterno,
il pietoso figliolo
in volontaria vittima s’offerse.
Questo monte è la scena
ove il divino amore,
sotto spoglia mortal larvato e chiuso,
soffrir volle, innocente,
d’aspra morte crudele
tragedia miserabile e funesta,
che fece al suo terrore
romper le pietre e pianger d’amarezza,
e di funereo velo
coprir il sole, per non mirar gli oltraggi
ch’al suo rege facea l’infido ebreo.
Questo monte è l’agone
ove, d’usbergo adamantino armato,
l’amoroso guerriero
con la lancia fatale
sconfisse Pluto, e poi con fragil legno
ruppe i serragli a le tenaree porte.
Su questo sacro monte,
Campidoglio beato,
nel duro carro de la croce assiso,
e coronato il crin d’acute spine,
di mille infami mostri
sen gio trionfator l’eterno amante.
Da le più alpestri e discoscese balze,
e da l’aerie rupi
di questo monte eccelso
immonde arpie e monstruose sfingi,
chimere, idre e centauri,
ed altre mille obbrobriose belve
co ’l sacro legno Dio percosse, e spinse
ne le più cupe e tenebrose valli.
Ha questo monte per selvagge fere
aquile generose,
teneri agnelli, mansuete damme,
candidi cigni e placide colombe.
Non troverai nascoso
tra’ fior di questo monte angue maligno,
o per le sacre tane
rapida tigre, o pur pantera infida;
non con immondo piè calca il sentiero
del fortunato monte
indegno pastorel, ninfa impudica;
solo si spazia intorno
agli odorati prati,
a le fiorite rive,
alma a CRISTO fedele, a cui sol lice
con la candida man cogliere i fiori.
Non fiori, no, caduchi,
che per picciolo ardor, per breve gelo
smarriscano le foglie
e perdano gli odori;
ma fiori incorrottibili, immortali;
fiori di cui si tesse
sempiterna ghirlanda in paradiso.
Sorgono qui, fra gli spinosi sterpi,
vermiglie rose sì, ma non già quelle
che co ’l fint’ostro del suo piè dipinse
la fallace Ciprigna;
rose, rose d’amor, simbolo vero,
che di sanguigne et animate stille
sparse morendo il Redentor celeste.
Quivi le foglia di candore intatto
apre mistico giglio, e sembra quasi
de la sua PURITÀ lieto vantarsi.
Qui spiega su le frondi
caratteri di duol sacro il giacinto,
con cui l’acerba morte
del sovrano Signor piange e sospira.
Non alzan qui la chioma
Aiace estinto o favoloso Adone,
ma fra calli odorosi
dipinti e sparsi sol di verde SPEME
serpe la violetta,
che de l’UMILTÀ sua sola s’appaga.
O se giamai ti lice
su le beate cime
di gir lambendo ove le piante impresse
tuo Dio, tuo Redentore, anima folle,
ch’entro caduca spoglia,
dietro scorta infedele
corri fallaci, insidiose strade,
o se potrai di sì vivaci fiori,
non di que’ di Permesso e d’Elicona,
colmarti il seno e cingerti la fronte,
o quanto lieto e fortunato fôra
il tuo morire allora. —
Così cantava con doglioso carme,
di celeste fervore arso e compunto,
in riva al Tronto il giovanetto Aldino,
e diffondeva intanto
da le labra i sospir, dagli occhi il pianto.

92: spina > spine.





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