Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Marcello Giovanetti [1598 - 1631]

Da “Poesie” [1626]
XIII
La bella dormiente. Al signor Girolamo Mattei.

   Presso un bel rio, che de la sponda erbosa
umido amante iva baciando i fiori,
Cilla, ch’al mio languir non dà mai posa,
posando un dì, del dì fuggia gli ardori.
In su la guancia di color di rosa
parean tiepide brine i bei sudori,
e spogliavan d’odor quelle pendici
le fresc’aure, del sonno allettatrici.
   Mentre co ’l crin, che s’increspava ai venti,
sovra letto di fiori ella dormia,
agli occhi miei vagheggiatori intenti
duo preziosi fiumi Amore offria:
l’uno scorrea con liquefatti argenti,
l’altro con onda d’or serpendo gia;
ciascuno i suoi tesori avea disciolto:
quegli un prato rigava, e questi un volto.
   Le spoglie ella s’avea tolte d’avanti
e fidatele in guardia ai fior vicini,
ché ’l calor fastidia le spoglie e i manti,
tolerando a fatica i bianchi lini;
e questi ancor, mossi da l’aure erranti,
gian scoprendo del seno i bei confini,
e l’altre membra tralucean fra quegli,
quasi gemme velate in tersi spegli.
   Io muovo intanto il piè furtivo e tardo,
ove costei giacea su l’erba molle;
nel vel de le palpebre ascoso il guardo
punto non mi vietava il pensier folle.
A lei m’appresso, in lei m’affisso e guardo,
ch’a vagheggiarla anco ogni fior s’estolle.
Dico allor io: — Per man del Sonno unita,
sotto imagin di Morte, ecco la Vita.
   Omai cessino, Amore, i vanti tuoi,
non dir ch’al tuo poter nulla contrasti;
ch’in paragon del Sonno o nulla puoi
o rimangon delusi i tuoi gran fasti.
Per far ch’ella piegasse i desir suoi,
sai pur ch’ogni tua possa indarno oprasti.
Ecco: il Sonno, maggior di tutti i numi,
la stende a terra e le imprigiona i lumi.
   Più forza ha il figlio de l’oscura notte
di te, fanciul de la più bella diva?
l’abitator de le cimmerie grotte
supera un dio, che da lo ciel deriva?
Sian le saette omai tarpate e rotte
e la faretra d’ogni gloria priva,
s’al tuo fuoco invisibile, immortale,
onda scarsa di Lete assai prevale.
   Ma come il cor d’amor più forte acceso
sento, s’Amor, vinto dal Sonno, or giace?
come breve riposo emmi conteso,
se chi guerra mi muove ha posa e pace?
scocca strali non visti arco non teso?
e vibra fiamme non vibrata face?
con quali armi innocenti ed omicide
giacendo vince, addormentata uccide?
   Certo ch’ella a nuove arti allor s’accinge,
quando al suo mal pietosa altri la spera;
non dorme no, ma di dormir s’infinge,
appiattata tra i fior, la scaltra arciera.
Sonnacchiosa in tal guisa anco si finge,
là nei campi d’Ircania, empia pantera,
e con la pompa di sue spoglie ognora
suol le fere allettar, che poi divora. —
   Ben si vedean per le beate sponde
arder vicine a lei quell’erbe e queste,
languir le piante, inaridir le fronde,
chinare i fiori l’odorate teste;
e già fôrano asciutte anco quell’onde,
che per l’erbe muovean tremole e preste,
s’io con l’urne colà del pianto mio
non dava piogge al prato ed acque al rio.
   Come s’avvien talor ne’ giorni estivi,
che densa nube intorno al sol s’accampi,
vibra egli i raggi più cocenti e vivi,
e chiuso par che con più forza avvampi;
così costei, per far ch’anco i più schivi
sentan di sua beltade accesi i lampi,
vuole colà che le circondi e tocchi
bella nube di sonno il Sol degli occhi.
   Anzi ella soffre che sia fatto donno
un ministro di Lete in quel bel viso,
e di tenebre armato il nero sonno
sia là nel trono de la luce assiso.
L’ombre cieche oggimai vantar si ponno
d’aver posta la sede in paradiso;
ma, con le stelle chiuse in fosco velo,
chi mai dirà che sia più bello il cielo?
   Ed è pur vero, e più leggiadre forme
ne l’incomposto volto il sonno acquista;
vegghia l’arso mio cuor mentr’ella dorme,
e d’un sole ecclissato ama la vista.
Stanno in sua guardia faretrate torme,
a cui la schiera de le Grazie è mista:
altri terge i sudori, altri con l’aura,
mossa da lievi piume, il cor ristaura.
   — Amanti, o voi che con ardente zelo
bramate l’ombre amiche ai furti vostri,
de la notte pregiando il fosco velo
più che de l’alba le chiarezze e gli ostri,
venite a schiere; ecco: propizio il cielo
tragge la notte da gli opachi chiostri;
e perché a voi più ratta ella sen vóle,
colà in quegli occhi è tramontato il sole.
   Oh se di questa Pasitea giacente
diventar potess’io larva vagante,
oh come lieto a la sopita mente
discoprirmi potrei, fantasma amante!
Sonno, felice or te cui si consente
star catenato a que’ begli occhi avante;
non potea darti de le luci accorte
più leggiadra prigione il cielo in sorte. —
   Mentre sì parlo, e non sapea levarmi
dal contemplar l’addormentato viso,
e d’immenso piacer sentia bearmi
in quel dolce periglio intento e fiso,
a caso leggo in mal vergati carmi
su la corteccia d’una pianta inciso:
«Se non fuggi, pastor, tu resti essangue;
giace quivi fra l’erbe ascoso un angue».




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