Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento

La presente pagina, in forma e funzione di cemeteriale ossequio, è dedicata a Giorgio Manganelli, maestro indiscusso dell'oggidiano barocco. I testi sono tratti dalle autopresentazioni editoriali che accompagnavano le prime edizioni delle sue opere.

Il libretto che qui si presenta è, propriamente, un tattatello, un manualetto teorico-pratico; e, come tale, ben si sarebbe schierato a fianco di un Dizionarietto del vinattiere di Borgogna e di un Manuale del floricultore: testi, insomma, nati dalla lunga e affettuosa frequentazione della materia, compilati con diligente pietas da studiosi di provincia, socievoli misantropi, mitemente fanatici ed astratti; e segretamente dedicati alle anime fraterne, appunto ai capziosi delibatori, ai visionari botanici o, come in questo caso, ai rari ma costanti cultori della levitazione discenditiva. L’autore, umile pedagogo, ambisce alla didattica gloria di aver, se non colmato, almeno indicato una lacuna della recente manualistica pratica; parendogli cosa stravagante, che, tra tanti completi e dilettosi do it yourself, quello appunto si sia trascurato, che ha attinenza con la propria morte, variamente intesa. Come usa, e non senza peritosa compunzione, si additano qui taluni modesti pregi del volumetto, che forse lo differenziano da altri consimili trattati, anche più solenni: la definizione di concetti dati troppo spesso per noti, come balistica interna ed esterna, angosciastico, adediretto; l’aver proposto una nuova, e a nostro avviso, pratica e maneggevole classificazione delle angosce; arricchita, inoltre, di un Inserto sugli addii, che a noi pare non infima novità della opericciuola; l’inclusione nel discorso di cervi e amebe, a sottolineare il carattere più che semplicemente umanistico dell’impostazione; e, soprattutto, aver raccolto e presentato alcune diligenti e non esigue documentazioni, non senza abbozzo di commento, che consentiranno di verificare le enunciazioni della parte teoretica; giacché il libro si divide appunto in due parti, che potremmo denominare Morfologia ed Esercizi. E se taluno troverà codesti documenti inconditi e affatto notarili, non dimentichi che il loro pregio è da ricercare nella minuziosa, accanita fedeltà al vero; e pertanto, essi vengono qui proposti come esempi di quel realismo, moralmente e socialmente significativo, di cui il raccoglitore vuol essere ossequioso seguace.


Vorremmo suggerire al lettore di considerare il libro in cui si imbatterà poco oltre in primo luogo come un supporto per copertina; destino oggidì non infrequente, e forse non deplorabile, giacché è arcaica saggezza che l’eloquenza delle lapidi d’assai migliori i lineamenti degli elusivi meschini sottostanti. Potremmo leggere il disegno della copertina come una immobile esplosione; ma se ne differenzia, e quanto gravemente, in quanto quadrata; dunque è un temenos, recinto garantito dagli dèi e, insieme, garante contro le inframettenze degli dèi. Pertanto, una pacifica, fruibile esplosione che alla inventività del caos allea il rigore di una ben delimitata mappa. Ma se scrutiamo l’interno di codesta esplosione quadrata, le schegge ci si rilevano segni, numeri, ideogrammi, lettere. Assistiamo dunque ad una esplosione alfabetica, alla occupazione nominalistica dello spazio? E allora che sarà quella muraglia grafica se non l’esile e saldo confine della grammatica? Pare confermare codesta descrizione l’ordine, mimesi della sintassi, in cui si dispongono numeri e lettere e ideogrammi. Ma si veda come si riveli menzognera codesta disciplina: giacché i segni si dispongono sì in bell’ordine, ma non diverso da quello morto e letale del dizionario, il frigido elenco alfabetico, la scostante serie dei numeri; e dunque la collaborazione sintattica non è che una frode, come la compagnevole vicinanza dei sepolcri, o la compaginata fraternità degli eserciti. Né, infatti, ci parrebbe improprio descrivere codesto quadrato come ordine cemeteriale o bellicoso, secondo lo si intenda statico o dinamico. Tuttavia non si potrà negare nella mappa, immota o mossa, una vocazione variamente centripeta. In tal caso, potremmo forse descrivere il disegno come una implosione, un accorrere, contemplativo o passionale, verso il centro che grandeggia nel cuore del temenos; unico luogo che, come circolare, accoglie imparzialmente o imparzialmente scocca tutti i circostanti dardi. Liscio, indifferenziato, quel vacuo centrale può essere variamente descritto: come pozzo natale e mortale; luna colta nel contraddittorio istante in cui esiste come non luna, una tensione, o solo fantasia del cielo, di dar fuori quella bolla di ritmica materia luminosa; sole nero, la cui intensità creativa è pari alla tenebrosa maestà. Insomma, che i segni escano da quella sede, o a quella convergano, o attorno a quella facciano quadrato, pare chiaro che la loro fine, o inizio, o consistere, esigano una qualche continuata, notturna catastrofe; ed anzi di quella siano designati e compatti. Il libro che a tanto disegno si appende non presume di essere didascalia, sebbene abbia vocazione indubitabilmente didascalica; ma lietamente ad esso si offre come supporto, che ne agevoli il maneggio e il trasporto. In tal modo, esso ribadisce la propria qualità servile, manualistica, sommariamente informativa; qualcosa che aspira, come a proprio ideale, alla concisa emblematicità di un orario ferroviario: pagine in cui poche cifre, patetici o arroganti nomi di agglomerati umani, indicazioni di neghittosi o precipitosamente scanditi itinerari, riassumono empie ambizioni, disperazioni striscianti, tutti i dati di un labirinto che nessuna consolazione di tappa o tregua può mondare del suo carattere rigorosamente mortale.


Gli aneddoti, gli agglomerati verbali e fonici, i graffiti su carta che qui si raccolgono, e che il lettore ha acquistato in omaggio alla prestigiosa ed ambigua seduzione della copertina, soffrono di una assai grave inadeguatezza, di cui sarebbe inutile scusarsi, giacché essa è connaturale alla loro esistenza. Si tratta, di fatti, di mere trascrizioni o traduzioni da lingue variamente estranee, rispetto alle quali l’italiano che qui si usa è niente più che una lingua veicolare, come lo swahili che tanti lettori usano nei rapporti con i superiori, o il wolof, col quale si intrattengono con gli intrinseci, sia carnali che mentali. Ad esempio, il Discorso sulla difficoltà di comunicare coi morti, come è ovvio, include clandestini estratti in avernese, che è la lingua madre del quarto racconto, mentre il terzo presuppone un linguaggio da quello derivato, una sorta di neoavernese: ma insomma, in una o altra forma, questo è il linguaggio dell’avvenire, come tutti sanno, e come negare che in qualche modo anche un acquirente di copertine può orecchiarlo? Una uraganante serata di una estate castigliana, un nobiletto trasandato e monologante, in groppa ad un’ombra male impastata in guisa di destriero, oziosamente mise assieme gran parte dei fonemi che poi, dimenticati in una cascina deserta, nel quale aveva trovato riparo dal materno furore delle piogge, ricuperati anni dopo da uno spretato rivendugliolo di anticaglie, finirono nel primo dei testi che qui si esibiscono; vero ‘corpo di iscrizioni’, dunque, che prosegue difatti con pagine di non diversa età e affine rigattiere, ma nerovestito, a nostro avviso, professoralmente nordico, tra fiammingo e baltico. Errerebbe chi il quinto racconto riconducesse alle supposte lingue dei protagonisti: giacché si tratta di una trascrizione fatta pur sempre dopo, certamente rivista dai coautori, e in una lingua che par ragionevole supporre tuttora inesistente, rispetto alla quale la traduzione non può che funzionare all’indietro, arcaicizzando il futuro, ma insieme infuturando l’arcaico, che è poi il contemporaneo.
Essendo questo libro un agglomerato di lettere alfabetiche di varia e forse anche ignobile estrazione, aggregate più dalla paura della dispersione finale che non da schietto amore, il raccoglitore ha forse il dovere di indicare quale di codeste lettere meriti, a suo avviso, per discrezione e decenza di modi, una certa indulgenza. La nostra preferenza, che rasenta l’amore, va alla lettera ‘h’, solitario, ectoplastico, inafferrabile effato, fonico nulla, che, da minuscola, simulerà il destriero destinato a portarci fin sulle soglie del cancello dell’H maiuscola, taciturna e definitivamente accogliente.



Un giorno, verosimilmente estivo, in un’ora ovviamente crepuscolare un romano trionfatore e villoso sgozzò l’ultimo dei sanniti: un omaccione odoroso di capra, illetterato, assistito da una teologia “povera”, buono ad addomesticare le vipere, avviluppato e impacciato dalle cioce di una lingua angusta, difensiva e truce. Probabilmente quell’omicidio finale accadde del tutto per caso, e il romano ignorò per sempre di aver risolto definitivamente la “questione sannita”, mentre il sannita doveva avere più di un sospetto di essere l’ultimo: da troppo tempo non trovava interlocutori se non nei sogni, nei lenti incubi che rievocavano i banchetti golosi ed aspri delle sue montagne. Forse non gli dispiacque morire, e, se la cultura glielo avesse consentito, si sarebbe compiaciuto di fare del proprio corpo la parola “fine” ad un capitolo della storia peninsulare. La fine dell’ultimo sannita liberò per l’Italia un esercito di fantasmi: non erano specialmente temibili, anzi tenevano del codardo, erano rozzi, volta a volta depressi o fatuamente euforici. Gli antichi romani, costruttori di archi di trionfo e macchinatori di stragi storicamente impeccabili, si trovarono addosso, ogni notte, quei morti che sembravano aver dimenticato tutto della propria uccisione, e che tuttavia restavano volgari e sommari. Si sedevano ai piedi del letto dei condottieri e dei sergenti, e si mettevano, lì nel cuore della notte, a parlare di capretto sulle braci, a fare scommesse infantili e degradanti, a parlottare filastrocche dissennate; il sonno dei vincitori divenne, più che inquieto, infastidito; provarono a cambiare l’orientamento del letto, invocarono i loro dèi fastosi, bruciarono erbette apotropaiche; sì i fantasmi tossicchiavano, ma poi riprendevano a ciarlare delle loro cose minime e fatue. Col tempo avvenne che, tramite i sogni, che aprono le fessure dell’anima e la fanno indifesa, codesti morticini di provincia si impiantassero nelle viscere dei romani; si rannicchiarono in quei grandi ventri; e i romani scoprirono, poco alla volta, e in quest’ordine, i piaceri del capretto sulle braci, delle filastrocche, della paura. I vittoriosi divennero difensivi, acquattati, furbi, affamati, orfani; ridanciani, golosi, diffidenti e rintanati; sempre privi di un documento giustificativo della loro esistenza, storicamente strabici, indecorosi e infantili. Non si trascuri la loro qualità di orfani: nascendo da una nazione morta essi possedevano come nessuno tutte le garanzie dei legami domestici e famigliari, le dolci consolazioni dell’infanzia coabitavano con la saggezza venerabile della vecchiaia, e l’onesta insolenza della mezza età: ma su tutti questi rapporti, questi delicati e fragili colloqui era segnato il marchio possessivo della morte: dunque, essi erano domestici in quanto derelitti, partecipavano a banchetti d’ombre e nemmeno la morte riusciva a renderli meno fatui, meno codardi, meno disorientati. Nel presente libro, l’orfano sannita appare un’unica volta, in un contesto lievemente indecoroso; per il resto è assolutamente assente, professione che gli riesce congeniale e che lo rassicura. Tuttavia, egli è il committente — naturalmente analfabeta — e il destinatario di questi pezzi che, ispirati dalla codardia, effimeri e pusilli, naturalmente gli somigliano.

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